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Cardinale Bagnasco
TERMOLI _ Nei giorni scorsi la stampa ha dato grande risalto all’ultima parte della prolusione del cardinale Bagnasco al Consiglio Permanente della CEI, un passaggio breve ma intenso sulla presenza dei cattolici in politica: “Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad  essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni.   Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico”. In questa prima parte sottolineiamo il riferimento alla coerenza dei cattolici con la fede ‘che include ed eleva ogni valore veramente umano’; questo significa che la coerenza con la fede non preclude il confronto e la collaborazione con chi non crede ma che persegue valori veramente umani.
I cattolici sono invitati a stare ‘dentro’ la cultura contemporanea ma attrezzati, cioè ben preparati e capaci quindi dare il loro contributo, anzi il meglio di sé. Da italiani e da credenti devono vivere fino in fondo la loro responsabilità nell’agone politico. L’impegno dei cattolici, “uomini e donne capaci”, deve saper incarnare e tradurre nella storia quei ‘valori veramente umani’ “non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera… capace di suscitare nel tempo l’ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse”. Poi precisa i valori che devono caratterizzare la presenza dei cattolici in politica e che costituiscono il fondamento della civiltà: “la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta”.

Questi valori devono essere dai cattolici “ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica”. Queste indicazioni sono patrimonio dell’insegnamento sociale da più di un secolo, come testimoniano i documenti della Dottrina sociale delle Chiesa, e riguardano tutti i livelli della vita pubblica, amministrativa e politica.

I cattolici non possono essere assenti, passivi, rassegnati o indifferenti, delegando ad altri la gestione della cosa pubblica e chiudendosi in una riserva indiana (buoni solo per far numero), anzi in virtù del loro impegno di testimonianza della fede si devono sentire particolarmente e attivamente coinvolti in essa, senza alcuna timidezza.

Quanti poi vivono in prima persona la passione politica aderendo a gruppi, movimenti o partiti, hanno il dovere di un’eccedenza, un sovrappiù di testimonianza e di coerenza con la propria fede e con i valori che da essa discendono; se è giusto chiedere a tutti gli uomini pubblici uno stile sobrio e moralmente ineccepibile, questo a maggior ragione si deve pretendere dai cattolici.

Parliamo di cose semplici e scontate, ripetute: severa moralità nei comportamenti pubblici e privati, lealtà nelle relazioni, onestà, dedizione sincera, e quindi totale assenza di sentimenti rancorosi, di ambizioni spropositate, di egoismo, arroganza, saccenteria e vanagloria, sete di potere. Al cattolico, oltre le consuete doti politiche e reali capacità amministrative, va chiesto una singolarità e specificità che giustifichi la sua presenza, perché questa sia come “lievito nella massa e luce posta in alto”: esserci in modo insignificante e irrilevante non serve.