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La frana risvegliata isola il Molise. Istituzioni, geologi e sindacati fanno i conti con strade chiuse, ferrovia ferma e un territorio che si muove da secoli.

PETACCIATO – La frana di Petacciato si è risvegliata, e con lei sono tornati tutti i problemi che il Molise conosce bene ma fatica ad affrontare: strade impraticabili, ferrovia ferma, autostrada chiusa. Per capire la portata reale dell’emergenza e le prospettive di intervento, abbiamo raccolto le voci di chi quella situazione la vive e la gestisce ogni giorno: Antonio Di Pardo, sindaco di Petacciato, che traccia il quadro istituzionale e illustra i progetti di mitigazione già finanziati; Domenico Angeloni, presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise, che spiega la natura geologica del fenomeno e perché parlare di soluzione definitiva è fuori luogo; e Nicola Scafa, segretario regionale UIL Trasporti Molise, che porta la voce dei lavoratori pendolari bloccati ogni giorno da percorsi alternativi lunghi, pericolosi e insostenibili.

A poche ore dal risveglio del fronte franoso, il sindaco Di Pardo fotografa una situazione infrastrutturale pesante: «Possiamo cominciare a pensare che la frana sembra si sia assestata nel movimento che ha fatto ieri mattina, quindi non ci sono stati altri segni evidenti di nuovi assestamenti. Il danno è sicuramente rilevante per quanto riguarda la comunicazione a livello nazionale. Abbiamo un’autostrada interrotta, una ferrovia interrotta e la Statale 16 interrotta, quindi le strade percorribili ad oggi ci risultano essere impossibili da utilizzare.» Sul territorio, sui fondi stanziati e su cosa si può realisticamente fare, il sindaco non gira intorno alla parola più scomoda: «Quasi mi verrebbe voglia di dire che bisogna conviverci, perché comunque ci sono in atto interventi progettuali che valgono 40 milioni di euro e a breve dovrebbe iniziare questa mitigazione. Verranno costruiti dei pozzi per il raccoglimento delle acque in profondità. La frana di Petacciato è diversa un po’ da tutte le altre: è la costa che si muove, tutta la superficie terrestre che si sposta verso il mare. Ha un risveglio decennale e sicuramente le piogge di queste settimane non hanno favorito. A breve dovrebbero iniziare i lavori di 12 pozzi con un diametro di circa 8 metri, ad una profondità di 50-70 metri, con una canalizzazione delle acque per avviarle verso il mare.»

Il geologo Domenico Angeloni spiega cosa muove quella costa e perché non esiste una soluzione definitiva: «Togliere l’acqua ad una frana è la prima cosa che si fa: la presenza di acqua è l’elemento scatenante che si somma a situazioni predisponenti. Credo che fare dei pozzi drenanti possa essere una scelta giusta, sebbene non risolutiva. Sicuramente un intervento risolutivo credo sia un’affermazione troppo audace. La frana ha origine dal fatto che ci sono dei terreni sabbiosi granulari che raccolgono acqua e favoriscono lo scivolamento al di sopra di un substrato argilloso. Parliamo di un’estensione areale di 4 km di lunghezza e una profondità di scorrimento stimata di circa 80 metri: parliamo di volumi di massa in movimento veramente impressionanti. Un’opera ingegneristica strutturale che possa fermare una massa così imponente è impensabile. Noi siamo abituati in tutta Italia a convivere con i georischi; andrebbe potenziata un’informazione più efficace per formare la popolazione ad avere atteggiamenti adeguati in caso di eventi estremi.»

Dal fronte dei trasporti, Nicola Scafa racconta il caos vissuto ogni giorno dai lavoratori pendolari: «La situazione dei trasporti attualmente è critica. Con la chiusura della A14 tutto il traffico viene deviato all’interno; Petacciato risulta ancora chiusa ai mezzi pesanti, per cui bisogna raggiungere il bivio di Mafalda e fare le strade dei paesi dell’entroterra, che sono impervie e purtroppo poco sicure. Abbiamo chiesto alle istituzioni un tavolo permanente di confronto per quanto riguarda l’emergenza della frana di Petacciato e una valutazione continua della viabilità alternativa. C’è una situazione di caos. Abbiamo notizie che, per raggiungere la Sevel, da Ururi ieri ci hanno messo 4 ore ad andare e 4 ore a tornare. Questo comporta ovviamente carichi di lavoro eccessivi per i lavoratori…».