Termoli Cronaca Termoli, dietro la vetrina

Termoli, dietro la vetrina

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L’economia del profitto deve essere superata dall’economia della cura, che è anche economia di pace.

Da sinistra Roberto De Lena con Marco Bersani coordinatore di Attac Italia

TERMOLI – I turisti si complimentano per il belvedere, apprezzano moltissimo il tramonto visto dal Paese Vecchio; amano la spiaggia, il mare, i locali, il Centro Cittadino. Ultimamente le immagini di Termoli sono finite anche in alcune importanti iniziative pubbliche di promozione del territorio, il video del Castello Svevo in un noto contest musicale, le immagini del muraglione in una pubblicità. Che bella cittadina, che bella vetrina; e che belvedere, in effetti… Persino noi termolesi, pur avvezzi a tanta bellezza, continuiamo a meravigliarci di alcuni scorci della nostra cittadina.

Ma l’abitudine, tipicamente italiana di questi tempi, di accontentarsi (solitamente del meno peggio) è nemica del vero, ed impedisce di gettare lo sguardo oltre l’ostacolo (gli ostacoli).

A ben vedere cosa c’è a Termoli se guardiamo oltre il belvedere, se osserviamo bene dietro alla vetrina?

Innanzitutto un aumento dei divari sociali, delle disuguaglianze, delle povertà: molte persone (non tutte senza dimora, molte famiglie), si rivolgono ai servizi sociali territoriali, al centro diurno, alla mensa della Caritas, all’emporio solidale, alle varie associazioni di solidarietà.

Poi, un aumento del disagio sociale, soprattutto giovanile (ma non solo giovanile): pochi i luoghi di aggregazione per i giovani, gli spazi di espressione, preoccupante il consumo di sostanze, il vandalismo; si tratta di sintomi di un’insofferenza e di un disagio, probabilmente cresciuti con la pandemia.

Talvolta il rimedio a un male può essere peggiore del male stesso: a Termoli, per ovviare a problematiche strutturali anche sul piano nazionale, come ad esempio la disoccupazione e l’emigrazione, si è puntato molto sul turismo: l’idea è di mettere a profitto proprio le bellezze cittadine per farne soldi grazie ai turisti visitatori. Dentro quale visione di territorio? Dentro quale programmazione, verrebbe da chiedersi. Ma intanto, prima ancora di porsi queste questioni, il processo di turistificazione della città è già in atto, incontrollato. Cosa sta producendo questo processo? Un mercato della casa inaccessibile e lavori prevalentemente stagionali, poveri, sfruttati, precari.

Le case si affittano per pochi mesi all’anno, molte ormai su Airbnb, mentre chi cerca un affitto tutto l’anno si trova dinanzi a prezzi inaccessibili; se cerchi un lavoro nell’ambito della ristorazione devi ritenerti fortunato/a e ringraziare se ti offrono 1.000 euro al mese (con pochissimi margini di contrattazione – solo individuali – rispetto alle condizioni di lavoro). Dentro tale scenario a rimetterci sono soprattutto le lavoratrici e i lavoratori più deboli, spesso giovani, spesso donne, spesso migranti (spesso tutte e tre le cose).

La casa e il lavoro, insomma, sono merci e in quanto tali definite solo dalle leggi del mercato. Perché la politica non governa più i fenomeni economici e sociali? Perché la politica ha delegato la vita delle persone al mercato? Perché la politica non si occupa del diritto alla casa e del diritto al lavoro? E se non lo fa la politica, chi può farlo? Da dove ricominciamo ad occuparcene?

E che dire, ancora, dello stato di salute dei servizi sociali territoriali? Di quello spazio della politica (le politiche sociali), cioè, deputato a programmare e ad intervenire proprio per contrastare il disagio sociale, il rischio di povertà ed emarginazione? Fino ad ora la spesa sociale a Termoli non è stata all’altezza ed, anzi, si assiste ad un preoccupante diffondersi del modello aziendale anche nell’ambito dei servizi sociali: se anche i diritti diventano merce, la società democratica crolla. Anche questo processo è già in atto ed il rischio è che, progressivamente, si produca un inaridimento anche del sistema di solidarietà che, dal basso, con tenacia e buona volontà, tante associazioni stanno provando a costruire.

Il rischio è che persino le problematiche sociali diventino fenomeni solo legati alla salvaguardia del decoro urbano, non problemi collettivi di cui, collettivamente e democraticamente, farsi carico. Il rischio è che il disagio sociale, così presente e diffuso in città, lo si voglia alla lunga considerare solo come un’altra emergenza da controllare, da gestire, da eliminare.

Con lo scopo (spesso dichiarato) di non rovinare lo sviluppo del turismo, sul quale, però, lo si è visto, solo in pochi si stanno arricchendo. Con lo scopo di non remare contro, di non disturbare i manovratori, di non rovinare la fotografia del belvedere, di non sporcare la bella vetrina in vista del prossimo video promozionale. E della prossima campagna elettorale.

Roberto De Lena

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