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Riflessione del vescovo Gianfranco De Luca sul caso del giovane di Termoli che ha comunicato la scelta di porre fine alla sua vita ricorrendo al suicidio medicalmente assistito in Svizzera.

Il vescovo di Termoli Gianfranco De Luca
Il vescovo di Termoli Gianfranco De Luca

TERMOLI – “La storia di Davide, che in una lunga e intensa lettera ha comunicato a tutti la scelta di porre fine alla sua vita attraverso il suicidio medicalmente assistito in Svizzera, non lascia indifferenti ma, accanto a sinceri sentimenti di vicinanza e di solidarietà alla famiglia, interpella anche il credente che ripone in Dio il senso della vita e della sua fine e che si rende presente con la preghiera di suffragio con la quale la Chiesa accompagna ogni persona che abbandona questo mondo. 

In questo momento mi sento vicino ai suoi familiari, amici, conoscenti e con loro condivido dolore sincero e rivolgo al Signore l’invocazione di tutta la nostra Chiesa locale. 

Il nostro fratello Davide, nel suo ultimo messaggio sui social, con grande lucidità affida a tutti la testimonianza della sua condizione esistenziale: “Mi sembra di aver vissuto due volte in una vita… Amo troppo la vita, perciò ho scelto di abbandonarla”.

Con grande semplicità e umiltà mi sembra di dover professare la fede cristiana nel Signore della vita: la vita è un dono, e quindi anche un compito, una responsabilità, una vocazione che viene da Lui, e come tale va vissuta. La mia fede riconosce quindi il senso positivo della vita umana come un valore in sé, che la luce della fede conferma e valorizza nella sua dignità. 

La scelta di Davide suscita in noi anche il problema della cura e dell’accompagnamento di quanti vivono drammi analoghi a quello di Davide, la cui libertà è fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, perché ad essa viene negata ogni ulteriore possibilità̀ di relazione umana, di senso dell’esistenza.

In questa società̀ secolarizzata in cui molte persone muoiono da sole e desiderano e chiedono la morte come rimedio al peso della vita, possiamo trovare elementi di riflessione sull’importanza di essere vicini a chi muore e a chi soffre.

Non possiamo mai tirarci indietro di fronte al dolore e alla sofferenza. Fare un passo indietro significa lasciare il malato solo con il suo dolore e la sua sofferenza; non possiamo fare questo. Gesù̀ l’ha denunciato nella parabola del Buon Samaritano che è capace di riconoscere, in mezzo al dolore e alla sofferenza, la dignità̀ della persona e di fare “un passo in avanti”. Quello che dobbiamo guardare non è solo il problema del dolore ma anche il problema della solitudine, intesa non tanto come assenza di persone, ma come solitudine vitale, quella solitudine in cui il malato affronta la crisi interiore causata dalla sua malattia. Il Buon Samaritano è modello di cura per i malati terminali e ci ricorda le parole di Cristo stesso: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi i miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). L’affermazione di Gesù diventa una verità̀ morale di portata universale: si tratta di “prendersi cura” di tutta la vita e della vita di tutti.

E accompagnare il malato non solo con il sollievo del dolore e della sofferenza fisica, che naturalmente deve venire prima, ma anche con un sostegno globale per il malato nella sua dimensione fisica, psicologica, sociale, familiare, spirituale ed economica. 

La solitudine dei malati è spesso anche la solitudine di coloro che li assistono e dei propri cari che manifestano con grande sofferenza tutta la loro impotenza. La società̀ in generale, e la comunità̀ cristiana, in particolare, devono diventare una vera comunità̀ sanante, dove si dia voce a tutta la centralità̀ delle relazioni interpersonali, evidenziata dall’antropologia contemporanea ma non sufficientemente praticata negli attuali processi di cura e assistenza.

In questo senso, il caro fratello Davide, ci provoca e ci interpella riguardo ad una realtà dolorosa di fronte alla quale il nostro territorio, in particolare, mostra gravi carenze e sollecita tutti, livelli istituzionali, associativi e ogni singola realtà attiva in ambiti assistenziali, a prendere seriamente in considerazione la promozione di strutture che sostengano ammalati e familiari, per mostrare concreta condivisione e dare loro speranza e fiducia”.

Gianfranco De Luca

Davide Macciocco durante un lancio in paracadute.

Questo è l’ultimo messaggio di Davide Macciocco consegnato ai social:

«Il mio ultimo viaggio.
Per ironia della sorte il mio ultimo viaggio mi porta a morire lì dove sono nato, Zurigo 16 luglio 1983,15 settembre 2023. Erano circa le 6:00 del mattino di domenica 5 luglio 2003 il giorno che cambiò radicalmente la mia vita. Dopo una serata in discoteca con la mia ragazza e gli amici decidemmo di andare a fare un bagno al molo vecchio, in due o tre ci siamo fatti il bagno. Gli altri parlavano, ridevano e scherzavano come sempre. Mi ero quasi asciugato quando avevo deciso di farmi un ultimo bagno tuffandomi dal trabucco. Scavalcai la recinzione, salii sul tetto mi tuffai di testa da un’ altezza di circa sei metri. L’acqua quella mattina era alta più o meno un metro e mezzo. L’ultimo ricordo che ho di quel giorno è che dissi a Marianna che non mi sentivo più le braccia e le gambe.

Dopo un primo intervento all’ospedale di Termoli mi portarono d’urgenza in elicottero a Pescara dove venni operato. L’impatto con la sabbia aveva rotto la quarta e la quinta vertebra della colonna cervicale. Dopo 5 giorni di coma farmacologico, mi svegliai.

La prognosi era tetraplegia completa dovuta alla lesione midollare C4-C5. E pensare che solo 24 ore prima del 5 luglio mi trovavo ad Isernia per l’esame pratico di guida, dove presi la patente C e 48 ore dopo mi sarei dovuto trovare a Taranto per dare l’esame di maturità.
Nei primi anni dopo l’incidente ho vissuto più o meno tranquillamente questo handicap, nonostante fosse intollerabile visto il mio carattere e per il mio modo di vivere. Pensavo di essere l’unico ad avere una sorte così avversa ma, quando mi sono ricoverato a Montecatone, per la riabilitazione ho visto che il mio destino era lo stesso di tantissimi altri giovani: chi con un tuffo, chi con incidente in motocicletta o altri incidenti simili.

Negli anni successivi ho vissuto sempre in modo confortevole in casa con miei genitori. Due santi che hanno lavorato una vita per offrirci tutto quello che abbiamo avuto e che abbiamo ancora. Ho due fratelli fantastici, affettuosi con i quali sono andato sempre d’accordo, ho un cucciolo, Djanco, un’amore di cane. Luca, mio fratello mediano, di 6 anni più grande di me , sposato con Antonella, la mia cara cognatina e Fabio, il maggiore di 10 anni più grande: lui vive a casa con noi, per me è stato un angelo, mi è sempre stato affianco: è stato le mie braccia e le mie gambe. Inutile spiegare e sottolineare come l’incidente abbia cambiato le sorti e sogni di tutti noi. Grazie all’educazione dei nostri genitori, siamo cresciuti bene, devo dire che eravamo simpatici, gentili e anche belli. I miei familiari mi hanno trattato sempre come un principino sia prima che dopo l’incidente.

Fino a 20 anni ho vissuto una vita stupenda. Avevo una ragazza, tantissimi amici, un lavoro e con soddisfazione pagai la mia prima auto, una Fiat Barchetta, una Spider cabrio ,acquistata a 18 anni grazie anche all’aiuto di mio papà. La prima volta che mi sono seduto in questa auto avevo 14 anni , me ne innamorai subito..sembrava che di qualsiasi cosa io mi innamorassi, poi la ottenevo.
Comunque tanti sogni, desideri e progetti che pian piano si erano infranti in un’istante.
Mi piace pensare che alcune persone come me, vanno al di là delle loro origine umane, contemporaneamente incantato e respinto dall’inesauribile varietà della vita. ”Nella mia vita” sono nato “normodotato” come tutti voi, forse un po’ troppo vivace, un pò irresponsabile…..; ) ma era anche questo mio carattere spavaldo a farmi voler bene da tutti.
Facevamo la seconda elementare quando io e Pierpaolo ci presentavamo a casa di uno dei due, per mangiare, fare i compiti insieme, uscire e giocare sotto casa. Un’infanzia stupenda, circondata da amici. Mio fratello Fabio mi ha insegnato a guidare l’auto, ovviamente dopo le mie continue insistenze già a 13 anni. Sempre a 13 anni ricordo che a Luca gli rubavo l’ XT700 in garage, di sera, per farmi un giro.
Avevo 14 anni quando conobbi Italo alle superiori, lui è 2 anni più grande di me. Era palese che ero molto più avanti rispetto all’età dei miei coetanei. Da lì in poi Italo divenne il mio migliore amico, e diventammo inseparabili: “Madonna quante ne abbiamo combinate”.
All’età di 15 anni conobbi Marianna, grazie a lei ho imparato che cosa significa amare ed essere amati. Si dice che l’amore è eterno finché dura. A me è durato tutta la vita. Due mesi fa è stato il mio compleanno e lei alle 00:08 è stata la prima a darmi gli auguri. Il nostro amore era troppo grande per viverlo in una situazione così diversa da come eravamo in origine: “dannazione se fino ai vent’anni non ho vissuto una vita stupenda”.

Quante gliene ho fatte passare ai miei genitori. Il primo incidente in automobile lo facemmo proprio quando io avevo 16 anni e Italo 18. Dopo esserci recati in una discoteca decidemmo di andarcene a Pescara, a 300 metri di distanza o poco più prendemmo una curva dove Italo anche per via della pioggia perse il controllo e uscimmo fuori strada. Quella fu la prima telefonata fatta a mia madre dove le dissero di non preoccuparsi che non era successo niente e stavamo tutti bene. Purtroppo ne seguirono anche altre ma fortunatamente ne uscimmo sempre indenni o quasi. In alcuni c’era anche Marianna purtoppo, Ma cavolo se ci amavamo ed eravamo inseparabili così come con Italo. Con tutte le auto distrutte ci sarebbe uscita una casa di 50 metri quadri:) Se all’epoca ci fosse stata la patente a punti le nostre sarebbero andate al rogo.

Tutti questi anni sono stati idilliaci. L’ unico rimpianto di cui infatti parlavamo spesso con i miei fratelli, e amici e quello di aver viaggiato poco.Ma eravamo giovani, belli e innamorati. Sembrava che nulla potesse fermare i nostri desideri e i nostri sogni. Avevo vent’anni, avevo tutta una vita davanti, c’era un tempo per viaggiare.

Per 9 mesi sono stato ricoverato in una delle cliniche migliori in Italia e anche in Europa, Montecatone. Dopo terapia e riabilitazione tornai a casa. Ho continuato a fare fisioterapia per 20 anni con Osvaldo che casualmente è fortunatamente per me aveva lavorato anche a Montecatone. La presi abbastanza bene all’inizio, poi mi resi conto che di punto in bianco ero paralizzato dal collo in giù, su una sedia a rotelle senza muovere né braccia né gambe e neanche un dito. Io che ero iperattivo e veramente non stavo un secondo fermo. Con me ti potevi ritrovare a prendere un’aperitivo ad un bar di Termoli, dopo un’ora ritrovarti a Pescara, o dopo tre ore a Riccione a divertirsi.

I miei familiari e amici mi hanno trattato sempre come il Davide che ero. Tutto il necessario per farmi stare bene o felice sia con loro che con gli amici non è mancato mai! In questi anni non sono stato con le mani in mano. Dal 2018 sono diventato agente sportivo di due network, Fantasyteam e SportitaliaBet. Infatti ringrazio i titolari e tutti i miei collaboratori oltre i 200 affiliati perché mi hanno regalato anche tante conoscenze in diversi ambiti di marketing. Solamente nella stagione 2022/23 sotto la mia rete c’è stato un giocato di oltre due milioni e mezzo di euro, per un guadagno netto aziendale di oltre duecento mila euro.Infatti sono gli unici che ho dovuto avvisare perché mi avevano inserito in un nuovo progetto. Belle soddisfazioni davvero. Questo dovrebbe farvi comprendere anche la mia totale serenità e lucidità. Il mio corpo era bloccato ma la mia mente correva.

Con il passare degli anni però la vita è andata sempre peggiorando moralmente e fisicamente senza cercare mai di far pesare questo ad altri.Mi sono rivolto a DIGNITAS. nei primi mesi di maggio del 2022 per la richiesta di accompagnamento alla morte volontaria nel momento in cui reputavo più opportuno.

Amo la vita ed ecco perché oggi la voglio abbandonare. Quella che attualmente ho vissuto poteva andare anche bene, ma in un futuro prossimo so che sarà intollerabile per me! C’è da calcolare cari amici che negli ultimi due anni sono stato allettato per una piaga da decubito. Era guarita ad aprile del 2022, sono sceso al mare come ogni anno, per ben 19 anni. A metà agosto sono dovuto risalire a casa perché era ricomparsa la piaga. Penso che la vita sia vita quando si può vivere liberamente sia fisicamente che mentalmente. Dipendere totalmente dagli altri anche per un semplice gesto come fumarsi una sigaretta è difficile, non c’è libertà, nessuna autonomia nonostante che la mia famiglia abbia sempre assecondato ogni mio desiderio e capriccio. Stare giorni interi con continui dolori e continuare a dire “sì va tutto bene” è una maschera che non riesco più ad indossare. Il dolore, non è quello che dici, è quello che taci purtoppo. Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci.

La vita è un diritto non un obbligo. Ciò che conta è vivere con dignità, con decoro e senza paura.
Il mio futuro so per certo che non sarerbbe vita ma sopravvivenza fatta anche di solitudine e di dolori fisicamente intollerabili. I farmaci ovviamente ti aiutano ma con il passare degli anni i dolori comunque sono sempre più 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢 alla terapia.
La vita è preziosa solo perché ha una fine. A mie spese ho imparato che la vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci.L’uomo è fatto per dominare la vita non per esserne schiavo.

Questa lettera è rivolta anche alle istituzioni italiane affinché non venga preso nessun provvedimento giudiziario nei confronti di chi mi ha semplicemente accompagnato, o meglio dato un passaggio. Se c’è qualcuno da giudicare quelli sono i politici e il fatto che trovino difficile legiferare sulla morte volontaria assistita. Tutto il percorso con Dignitas è stato fatto totalmente in serena autonomia! Neanche i miei familiari sapevano esattamente quando stavo fissando la data. Farlo a settembre infatti non è stato casuale. Termoli comunque è una cittadina di 35.000 abitanti e d’estate se ne sarebbe parlato. Quindi per non turbare nessuno, ho cercato di resistere quanto più potevo.

Non ricordatevi di me per questo gesto, ma bensì per come mi avete conosciuto. Generoso, semplice ma non troppo e sempre sorridente.

Il mio cuore e il mio pensiero oggi è rivolto anche agli amici e parenti che non ho coinvolto. Nell’ultimo mese infatti ho avuto difficoltà a dormire pensando e ripensando come salutare i tanti amici e parenti.Mi sento molto fortunato di conoscere tante persone a cui è così difficile dire addio, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto saluto. Il dolore più grande che mi porterò e quello che comunque i miei genitori e i miei fratelli dovranno seppellire un loro figlio e un loro fratello. Per il mio modo di pensare questo è un po’ contro natura, ma con il passare del tempo il dolore si affievolirà dando spazio alla ragione!

La vita è bella basta poco per essere felice. Ma per me c’è da dire che se la felicità era dietro l’angolo, la mia vita era un rotonda da tempo.Per me è giunta l’ora di andare verso pascoli più verdi. Credo che con questa lettera sia più facile sia per me, ma anche per voi. Sono tanti gli amici e parenti che avrei voluto telefonare ma credetemi è veramente difficile.
Credo che nella vita tutti cerchiamo la felicità. Se devo fare i conti con quest’ultima i conti non mi tornano affatto negli ultimi anni.
Mi sarei voluto sposare, avere dei figli, che rompevano le scatole ai nonni. Tutto ciò non mi è stato possibile ma comunque sono andato avanti e ho vissuto comunque anni felici anche paralizzato dal collo in giù. Ho avuto anche diverse relazioni più o meno importanti. Ero carino da disabile figuratevi in piedi; ) Sembra di aver vissuto due volte in una vita.

I miei familiari hanno fatto tutto quello che era umanamente possibile per farmi restare più a lungo. Ma per loro non sarebbe stato mai il momento giusto. La vita è stata meravigliosa con me donandomi loro!
Spero vivamente che non cerchiate di giudicare. Per giudicare un uomo bisogna almeno conoscere il segreto del suo pensiero, delle sue sventure e delle sue emozioni. Comunque sia mi sento irreprensibile in questo caso. Dio o il destino non ci chiedono se accettiamo questa vita, non abbiamo scelta ,ci viene imposta. L’unica scelta è come viverla ,o come non viverla e anche quella è una scelta che per diritto abbiamo.
A tutti voi e soprattutto alle persone sopra citate dedico una canzone che mi ha accompagnato quotidianamente in questi ultimi periodi.

“Il grande dolore che ci provoca la morte di un buon conoscente ed amico deriva dalla consapevolezza che in ogni individuo c’è qualcosa che è solo suo, e che va perduto per sempre.” Non piangete perché vi ho lasciati, sorridete poiché mi avete conosciuto e vissuto. Sto per affrontare il mio ultimo viaggio.
Forse dopo la tua morte sarai ciò che eri prima della tua nascita! Forse solo assenza di esistenza, o forse un’altra grande avventura.
Per me tutto molto improbabile, ma possibile.
Be cari miei ora sapete come, quando e perché. La mia sacra funzione è finita andate in pace.
Io vado via in totale serenità e sognando.
Ciao, ciao.»

Davide Macciocco

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