A Termoli il primo dibattito in Molise di sei giovani under 25 in un confronto sul futuro della magistratura italiana.

TERMOLI – Questo pomeriggio, a Palazzo Vescovile in Piazza Duomo, si è tenuto il primo evento del genere in Molise, dal titolo “Le ragioni del SÌ e del NO spiegate dagli under 25”, in cui i giovani non sono stati dei semplici spettatori, bensì gli unici protagonisti del confronto. Sei ragazzi, tre per il SÌ e tre per il NO – Nicola Di Toro di Forza Italia Giovani, Alessandro Alfonso di Azione Universitaria – GN, Guido Sellecchia di Azione Universitaria – GN, Carlo Marolla del Network Giovani M5S, Manuel Di Fazio ed Edward Kijak del gruppo misto – si sono confrontati per far valere le proprie idee e la propria visione del futuro, in un dibattito volto a stimolare la partecipazione attiva. L’iniziativa è stata organizzata da Carlo Marolla, referente giovani M5S Termoli e coordinatore regionale Network Giovani Molise.
L’incontro ha messo in luce due visioni diametralmente opposte sul futuro della magistratura italiana e sugli equilibri democratici del Paese. I sostenitori del NO hanno espresso forte preoccupazione per la reale tutela dell’indipendenza della magistratura, paventando il rischio che l’esecutivo possa espandere la propria influenza. Mettendo in guardia dal fidarsi esclusivamente di ciò che è scritto sulla carta, è stato fatto notare come persino in regimi non democratici – citando Cina, Russia, Cuba e Corea – l’indipendenza della magistratura sia formalmente dichiarata nelle leggi. Evidenziando come le derive autoritarie moderne si insinuino silenziosamente attraverso modifiche istituzionali, Manuel Di Fazio ha dichiarato: «I totalitarismi adesso non ti vengono da bussare alla porta con l’olio di ricino, lo si fa attraverso delle riforme… se passasse questa riforma sarebbe più facile avere un controllo».
Pur precisando di non accusare l’attuale governo di voler instaurare una dittatura, si è evidenziato che la riforma faciliterebbe enormemente il controllo dell’esecutivo sui giudici. A supporto di questa tesi, è stato ricordato un episodio significativo: nel maggio 2019, la Corte di Giustizia Europea rifiutò di convalidare un mandato d’arresto emesso dalla Germania proprio perché le procure tedesche non garantivano una sufficiente indipendenza dal potere politico. Nel corso del dibattito, un moderatore ha inoltre invitato i relatori a evitare un inutile “citazionismo” accademico, con l’invito a rendere il confronto comprensibile a tutti, spiegando concretamente i punti della riforma.
La critica più severa del fronte del NO si è concentrata sulla riforma del CSM e sul meccanismo del sorteggio. Secondo gli oratori, se due terzi dei membri venissero estratti casualmente tra i magistrati, si creerebbe frammentazione, avvantaggiando la componente politica. Edward Kijak ha sostenuto: «Il restante terzo scelto dal Parlamento avrebbe una coesione, una conoscenza, e di conseguenza avrebbero un potere nettamente più forte in tutto quanto il Consiglio. Qui si mina l’indipendenza dell’organo giudicante», trasformando di fatto l’organo di autocontrollo dei magistrati in uno strumento di controllo mascherato da parte del Parlamento.
Sul fronte opposto, i promotori del SÌ hanno insistito sulla necessità di rendere il processo penale veramente equo. Guido Sellecchia ha illustrato l’iter di un’indagine giudiziaria attraverso la metafora del gatto e del topo, evidenziando come, nel sistema attuale, il Giudice e il Pubblico Ministero lavorino di fatto in sintonia a discapito dell’avvocato difensore e del cittadino, e presentando la separazione delle carriere come l’unica via per una giustizia paritaria. Alessandro Alfonso ha invece utilizzato la metafora calcistica dell’arbitro: «È chiaro che l’arbitro non può avere la divisa da arbitro e indossare la maglia rossa di una squadra in campo». Di conseguenza, lo sdoppiamento del CSM è stato presentato come un passaggio naturale e obbligato: «Se andiamo a distinguere nettamente i due ruoli, è chiaro che non possono fare capo allo stesso organo di autogoverno». Infine, Nicola Di Toro ha difeso la creazione di una nuova Alta Corte disciplinare, basata sul principio universale per cui «chi sbaglia paga», valevole per i giudici esattamente come per qualsiasi altra categoria professionale, con l’obiettivo dichiarato di sradicare l’attuale sistema delle correnti politicizzate interne alla magistratura.



















