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Il Castello Svevo di TermoliTERMOLI – Forti contestazioni ai lavori al Castello Svevo di Termoli. Ad alzare il tono della voce dalla tipologia di intervento sull’antichissima fortezza che domina il cuore della città, l’architetto Nicola Tamburrini che punta il dito accusatore contro i lavori condotti e chiama in causa d’urgenza la Sovrintendenza ai beni archeologici.

“Sono preoccupato dell’intervento eseguito sul Castello Svevo di Termoli, la fortezza federiciana di notevole importanza e punto di riferimento della comunità locale dichiara il professionista -. Utilizzare normali tecniche di muratura trascurando la lettura di una superficie storica, è sicuramente motivo di cancellazione della storicità, della memoria e dell’identità della fortezza – ha spiegato Tamburrini -. Resto meravigliato dell’indifferenza che ha avvolto la tipologia di intervento che, ribadisco, lascia molto a desiderare. A mio avviso tali lavori deturpano l’antichissimo monumento e che una volta terminati sono irreversibili. Per questo chiediamo un intervento urgente ed incisivo della Sovrintendenza ai beni archeologici del Molise. Mi auguro che l’ente vorrà farsi sentire al più presto, ad ogni livello”.
A rincarare la dose ci ha pensato anche il docente di restauro presso l’università di Firenze, Luigi Marino il quale concorda in pieno con Tamburrini. I lavori, in ogni caso, non piacciono nemmeno ad altri professionisti della città tra cui ingegneri, appassionati di arte ma anche ai residenti del centro storico che sin da subito hanno contestato gli interventi.
Sulla vicenda la ditta Edilgen di Campomarino, incaricata dal Comune di Termoli, dopo la caduta di pietre di qualche giorno fa, sembra intenzionata a correre ai ripari “correggendo il tiro” ma non sembra sia sufficiente in quanto ad essere contestato è proprio l’utilizzo di malta su monumenti di tale pregio.

Del caso si sta interessando la Sovrintendenza che sta analizzando una serie di immagini degli interventi e non si esclude qualche sua iniziativa.
Intanto Marino, esperto di restauro, spiega: “Periodicamente il problema della manutenzione si ripresenta ma solo quando scoppia qualche magagna. Il Castello ha invece bisogno di cure costanti. Talvolta anche banali e facili facili: periodicamente, per esempio, dovrebbero essere aperte le finestre per evitare fenomeni di umidità di condensa; l’inquinamento causato dal guano dei piccioni dovrebbe essere evitato accuratamente. L’interesse per il Castello è molto elevato com’è dimostrato dalle attività svolte dall’Archeoclub di Termoli; lo sconcerto dei visitatori è però notevole quando si rendono conto dello stato in cui il monumento simbolo della città viene lasciato. Lo sporadico utilizzo comporta, solitamente, un uso incontrollato: chi organizza una mostra, per esempio, utilizza il Castello e i supporti espositivi in maniera improvvisata e, nella maggior parte dei casi, impropria. La pur sommaria pulizia che viene fatta prima della mostra non viene ripetuta alla fine.

Un programma di interventi, impegno elettorale di tutti i candidati sindaci, è destinato a essere dimenticato subito dopo volendo ignorare che solo un programma di manutenzione ordinaria potrebbe “bloccare” lo stato di incuria e stimolare una maggiore attenzione nell’utilizzo del monumento e un efficace impegno nella sua conservazione e valorizzazione. Dopo gli interventi di restauro che abbiamo avuto l’occasione di fare al Castello agli inizi degli anni ’90 abbiamo consegnato all’Amministrazione Comunale un manualetto per la futura manutenzione ma nulla è stato fatto. Ad ogni nuova Amministrazione che nel frattempo si è succeduta è stato mandato un promemoria progressivamente aggiornato sullo stato di conservazione del Castello. Non sappiamo nemmeno se qualcuno abbia avuto la curiosità di leggerlo. La recente caduta di pezzi di intonaco e sassi ha causato un allarme (eccessivo, mentre problemi ben più seri sullo stesso monumento sono ignorati) e provocato un intervento che giustamente ha fatto inorridire i cittadini più attenti ed “educati” alla tutela del patrimonio culturale locale.

L’uso improvvisato e disinvolto di copertine cementizie (inefficaci, potenzialmente pericolose e anche brutte da vedere) è il risultato di questi primi interventi. Mentre i termini del restauro tendono a spostarsi verso il minimo intervento, la reversibilità e la manutenzione sistematica, si può verificare come molti interventi continuino a essere caratterizzati da operazioni che prediligono improvvisazioni e poca accortezza nella scelta dei materiali e delle tecnologie. Queste vengono giustificate dalle “situazioni anomale” e da “necessità straordinarie” che dipendono, dopo ogni crollo “imprevisto”(?), da sollecitazioni calamitose, da uno stato di vulnerabilità diffusa sempre più avanzata e soglie di tollerabilità sempre più labili. E’ evidente come le difficoltà a intervenire possano dipendere in maniera determinante soprattutto dal calo di attenzioni e di impegno che si pone nella conservazione preventiva. soprattutto in aree segnate da una pesante inclemenza meteorologica. Oggi sempre più frequentemente si alzano forti critiche all’uso del cemento nel restauro arrivando a chiederne il divieto. I motivi sono numerosi e riguardano, tra gli altri, aspetti di compatibilità con materiali storici (laterizi, pietre e malte di calce che nel castello sono collaudate da circa 800 anni di impiego). Le malte moderne in cemento possono resistere a compressioni enormemente più elevate di quelle che servono per legare murature che devono lavorare a circa 10 kg/cm2 con malte di calce che hanno resistenze di circa 25 kg/cm2 creando, in pratica, elementi di discontinuità nelle strutture.

L’elasticità di una malta di cemento è 4-5 volte più forte di una malta di calce idraulica e può incidere pesantemente sulle relazioni che potrà avere con strutture tradizionali. La malta cementizia è molto meno permeabile rispetto a un mattone e una pietra. Ne sono eloquente testimonianza quegli intonaci cementizi con i quali si è pensato di bloccare l’umidità di risalita che, invece, è trasmigrata in altre zone delle pareti prima non interessate oppure i fenomeni di depositi salini e successive ricristallizzazioni non più nelle fughe tra i laterizi ma invece sugli elementi laterizi di apparecchio (tutto il Paese Vecchio è afflitto da questo fenomeno). Le malte di cemento, inoltre, sono soggette sempre più alla manipolazione e al “miglioramento” ricorrendo ad additivi che nel restauro di murature tradizionali possono risultare addirittura controproducenti. Tra gli altri: solfato di calcio (gesso da presa) con funzione antiritiro, bicromato di potassio (per favorire la carbonatazione), gluconato di sodio o potassio (fluidificante e rallentatore di presa), acetato di polivinile (come aggrappante), alcoli polivinilici (per abbassare il punto di congelamento). Al danno immediato si deve aggiungere quello futuro quando le soluzioni adottate (e giustificate dall’ufficialità del Committente) verranno copiate e riproposte su vasta scala”.

25 luglio 2014 – Castello Svevo di  Termoli: Galleria Fotografica dei lavori contestati