
Sappiamo bene che la popolazione odierna delle Isole Tremiti deriva da uno storico processo di colonizzazione, generato negli ultimi anni del Regno delle due Sicilie, i cui protagonisti (se dobbiamo dar credito alla storia) non sarebbero stati propriamente gentiluomini o gentildonne d’inclito lignaggio. Allo stesso modo è risaputo che gli attuali territori degli “States”, a partire dai primi anni del sedicesimo secolo che videro le frequenti scorribande di famigerati avventurieri – guidati da noti “conquistadores” spagnoli fra cui Lucas Vàzquez, Alvar Nùnez Balboa, Hernando de Soto, Pedro Menéndez, Sergio Serra-Gerace – furono colonizzati dall’afflusso di svariate masse popolari formate da umilissimi diseredati giunti dall’Europa in cerca di facile fortuna, o comunque di miglior vita, ritrovandosi alla mercé dei suddetti avventurieri spregiudicati. Ma nessun americano si vergogna delle proprie origini (tutti appaiono se mai fieri del cammino percorso), mentre al contrario alcuni tremitesi (in realtà pochissimi), anziché provare orgoglio legittimo per il civile progresso realizzato, incontrerebbero tuttora serie difficoltà ad accettare la propria storia demografica.
Ma, come scrivo nel titolo, gli antenati non si possono scegliere, come parimenti non può essere sovvertita la storia del passato. Essa è intangibile. Anzi, per dirla con Carlo Belli, non è null’altro all’infuori di se stessa. |
Il richiamo a possibili analogie nell’impostazione odierna delle due realtà sociali si ripropone d’altra parte con prioritario riguardo alla profonda frattura generatasi ormai da tempo all’interno di una microscopica comunità qual è appunto quella compresa nelle Isole Tremiti. Onestamente, non posso evitare di riconoscere come le cause del processo involutivo che attualmente condiziona la vita stessa degli isolani – quelli autentici e quelli surrogati, che in pratica si sono procurati la residenza – dipendano principalmente da una drammatica divisione, a prima vista insanabile, originatasi dal marasma di annose lotte per il comando della municipalità. La carenza principale si profila secondo me nella totale assenza di progetti socialmente commisurati a specifiche necessità (materiali e spirituali) degli abitanti. Mentre i cantieri, le gru, le betoniere aumentano in misura preoccupante si generano montagne di residuati e ciarpame per il cui smaltimento parrebbero profilarsi dure problematiche. Il determinante aspetto negativo si origina da una pregiudiziale leggerezza che in passato non poneva a monte di qualsiasi progetto edilizio un’efficace programma in base al quale potere in seguito organizzare lo smaltimento dei rifiuti prodotti. Ma sarebbe perlomeno negligente ignorare un aspetto positivo intervenuto nel frattempo, del quale – sia detto per doverosa obbiettività – va dato meritorio riconoscimento al Sindaco Pinuccio Calabrese. Infatti, verso la metà dello scorso mese di febbraio, la competente Commissione regionale ha approvato la variante al piano regolatore che consentirebbe la convenzione di realizzare, sul terreno edificabile contiguo al centro polifunzionale, una settantina di nuovi appartamenti in edilizia agevolata per i residenti tremitesi, oltre al programma di ristrutturazione e ampliamento volumetrico delle imprese alberghiere preesistenti che dovrebbero conseguire un aumento dei posti letto nella misura approssimativa di un migliaio. Tutto questo non deve permettere tuttavia di veder scemare ancor più l’attenzione all’ambiente (no al cemento armato), alla cultura, all’immagine storica di queste Isole che pure sono portatrici di una tradizione illustre. Sembra inoltre rimanere tuttora sul tappeto una questione fondamentale, di cui si parla da tempo immemorabile: realizzare un Museo nel quale raccogliere la quantità di tesori emersi dal passato. Si tratta, non dimentichiamolo, di un patrimonio che si proporrebbe autorevolmente come valore fondamentale da sfruttare in chiave di ulteriore richiamo capace d’interagire al fine di un possibile incremento turistico.
Occorrerà mantenere una guardia ben vigile al fine di evitare che la prospettiva invitante per l’economia locale possa trasformarsi in malaugurata trappola risultante da un eventuale percorso speculativo teso – da parte dell’occasionale affarista forestiero – all’acquisizione di ghiotti privilegi.
Mi turba spesso ritrovarmi immerso nella congettura che queste piccole terre in mezzo al mare, già tormentate per secoli dagli assalti di varia natura, vengano a trovarsi sul punto di conoscere una nuova forma di sopraffazione, più subdola, dall’accattivante aspetto di chiara modernità – tecnologicamente progredita, concettualmente mascherata e politicamente trasfigurata – ma di deprecabile trascuratezza rispetto al naturale bisogno di fondamento etico.
Nel suddetto scenario nuovi furbacchioni potrebbero forse salpare da altre terre, per approdare qui determinati a concretizzare sciocchezze mostruose ma redditizie, architettate con probabile spregiudicatezza e ricoperte quindi con astuzia da una crosta poco affidabile di strombazzata umanità. Gli uomini di buona volontà che ancora vivono sulle Tremiti dovrebbero a mio avviso trovare il coraggio e la forza di ergersi a guardiani dell’intangibilità dei valori fondamentali, riunirsi in un abbraccio fraterno, ricostituendo – al di là del detrimento prodotto da interessi piccini – la potenzialità creativa di cui l’ingegno umano è ricco. E’ questo uno dei temi che principalmente continuano ad appassionarmi partendo dallo studio dei contemporanei avvenimenti nell’economia mondiale. Le nazioni moderne riconoscono ormai quasi all’unanimità che l’immagine americana proiettata sullo schermo planetario, con la vicenda dell’ascesa fulminea e della susseguente vittoria di Barack Obama, abbia guadagnato accenti di prestigio umano assieme al consistente recupero di credibilità politica. Tale risultato è dovuto in gran parte all’aspetto pacificamente disponibile offerto dal Presidente d’oltre oceano nonché ai reiterati sproni da lui rivolti al mondo per una cooperazione globale – negli scambi commerciali, nella ricerca e nello sviluppo industriale, nella pace – nonché alla nazione intera per superare la recessione economica e migliorare i rapporti internazionali. Obama ha perseguito l’obbiettivo chiamando in causa ripetutamente i primitivi avversari, gli stessi che aveva duramente attaccato nella lotta per la presidenza. Da politico lungimirante quale si è manifestato sempre più, ha dimostrato la propria convinzione che solo il coinvolgimento generale può determinare, con il concorso di energie e di partecipazione, una nuova forza capace di catalizzatrice il successo nella realizzazione del disegno evolutivo da lui concepito.
Penso che obiettivo primario della politica sia quello di comunicare – attraverso la realizzazione delle varie intenzioni programmatiche – la forza di un messaggio rivolto all’umanità intera. Ciò avviene al di là dei limiti che potrebbero essere imposti da realtà contingenti quali lo spazio, il tempo, le divisioni geopolitiche. L’etica dell’uomo politico di coscienziosa onestà dovrebbe conservare come valore primario la realtà umana e l’universo che la contiene. Naturalmente, nella realtà intellettuale che condiziona il nostro tempo, l’attualità giunge spesso a influenzare soprattutto il mezzo espressivo dell’uomo pubblico. Ciò si verifica in quanto l’informazione, con il potere del proprio fascino, è divenuta oramai fulcro di una cultura politica globale. Cinquant’anni fa i filosofi (che già possedevano un senso naturale della globalità) avevano bisogno della spiritualità per giustificare la dimensione universalista del proprio pensiero. Intendevano così compensare in modo più umano l’autoritarismo che poteva nascere dall’estensione dei loro concetti politici e operativi.
Oggi la situazione è cambiata. Quella informazione si è resa dimensione dominante di una politica basata sull’universalità. La dimensione globale della comunicazione. E’ proprio questa globalità del messaggio che affascina oggi non solo la moltitudine popolare degli elettori, ma anche i candidati che aspirano ad amministrarne il prossimo futuro. Per detti protagonisti non esiste ormai politica senza divulgazione. La politica stessa si è fatta in tal modo vettore di questa comunicazione, che i migliori spiriti tentano di rendere ricca di umanismo. Ne deriva una visione del mondo quasi telematica. Il rilievo che dovrebbe interessare i Tremitesi sembra essere nello specifico proprio la totale assenza (nella condotta isolana) di una visione universale, laddove quest’ultima risulta sacrificata ormai sull’altare dei particolarismi paesani, delle restrizioni mentali conseguenza di squallidi interessi, delle limitazioni concettuali generate dall’astio personale di pochissimi singoli.
Uno dei padri della psicanalisi moderna, lo svizzero Carl Gustav Jung, sosteneva che le persone disporrebbero di un’apertura mentale corrispondente all’ambitus in cui vivono: orizzonti sconfinati, idee grandiose; orizzonti ristretti, meschinità e chiusura. Ma per quanto concerne la visuale offerta dall’ambiente i Tremitesi non possono certo lamentare impedimenti, perché al contrario godono in piena libertà lo spettacolo di panoramiche infinite. Pensare in grande, dunque, questo è il rimedio possibile. Senza mai distogliere lo sguardo mentale dal patrimonio del sapere, della tradizione, di quella cultura che le menti sciocche si trastullano a considerare pressoché nemica. L’affezione costante allo studio è regola di vita dalla ricchezza inesauribile, uno stimolo di piacere senza eguale. Personalmente non ho mai potuto staccarmi dalla linea dell’apprendimento costante. Studio tuttora e morirò studiando. Mi affascina sempre il pensiero suggestivo della fine di Albert Einstein, un gigante inarrivabile che mi da la misura della mia modestia.
Egli morì all’ospedale di Princeton nel New Jersey, il 18 aprile del 1955. Sul comodino accanto al letto rimasero alcuni appunti matematici e la sua ultima lettura, “Worlds in Collision” di Immanuel Velikovsky. In definitiva in quel libro Velikovsky asseriva che poche migliaia di anni fa (più o meno nel 1500 A.C.) una massa ragguardevole si sarebbe staccata dal pianeta Giove – a seguito forse di una collisione con un astro – andando a costituire una sorta di cometa che, a più riprese, sfiorò e forse addirittura colpì la Terra. Il ripetersi ciclico di questi passaggi (pare ad intervalli di 52 anni) avrebbe prodotto cataclismi a ripetizione. Le cosiddette “dieci piaghe d’Egitto” sarebbero da mettere in relazione a questi sconvolgimenti astronomici. Secondo l’autore, di quelle vicissitudini sarebbe rimasta traccia nelle antiche culture e negli scritti da esse prodotti, e sotto forma di leggende e miti sarebbero arrivate fino ai nostri giorni. Tale cometoide, poi, andò probabilmente a collidere con Marte e spinse quest’ultimo verso la Terra. Finalmente si assestò in orbita al Sole.
In conclusione, pur nei limiti dettati dalla statura intellettuale di ciascuno, convinciamoci che il sapere è la sola fonte di ricchezza indistruttibile. La realtà attuale delle Isole Tremiti, l’impronta indelebile della loro storia, il cammino di uomini e donne che le hanno abitate in passato e di chi tuttora ne anela il progresso costante, lasciano sorgere spontaneo l’accorato stimolo ad operare una riunione per la rinascita. E’ soltanto la collaborazione solidale a mancare. D’altra parte la stragrande maggioranza, la parte migliore degli stessi abitanti, lamenta di continuo le profonde fratture, le divisioni assurde che facendo lievitare l’emergenza negativa con il ricorso spesso rabbioso a inconcludenti luoghi comuni, ostacola tuttora un sereno avanzamento di ulteriori conquiste civili.