Sappiamo bene, tuttavia, che il male alligna in discreta consistenza proprio nei più reconditi recessi di un paradisiaco eliso, incontaminato, ricco all’apparenza di purezza e santità. Inoltre la vita quotidiana ci ha insegnato che il più bel trucco del diavolo è dare ad intendere che egli stesso non esiste. Proprio in virtù di tale imbroglio – perfido come tutte le mistificazioni demoniache – suole presentarsi con insospettabili maschere provvidenziali, ingannevolmente attrattive, pressoché irresistibili nel falso smalto di benefica beatitudine. Non solo nell’elaborata finzione esteriore, ma anche nelle parole.
E’ il principio fondamentale su cui si basano le strategie pubblicitarie del marketing moderno. Un oceano di sigle accattivanti (che il gergo denomina “slogan”) elaborate ad arte quasi come arma efficace per sconfiggere la concorrenza, ripetute in misura ossessiva fino a sopprimere i lumi della ragione. Non è certo casuale il rilievo che la parola “slogan”, di origine scozzese, significhi proprio “urlo di battaglia”. E neppure sembra fuori luogo rispolverare la definizione data da Ennio Flaiano: “la pubblicità è la droga dei poveri”.
Quanto sopra testimonia purtroppo come, con le parole, possa diventare agevole persino sovvertire il senso della realtà. E’ così che i luoghi più affascinanti della nostra madre Terra vengono quotidianamente messi sotto scacco dalla cupidigia degli affaristi, il cui solo scopo risultano le smodate aspirazioni a realizzare vantaggi venali sempre più consistenti. Ecco dunque come la situazione ambientale, economica, sociale delle Isole Tremiti si sta facendo drammatica, incanalata forse lungo un triste sentiero del non ritorno, tanto che la vigorosa svolta amministrativa più volte auspicata dai cittadini più attenti si mostra ora impellente, prima che il demoniaco genio del denaro allestisca forse un nefasto “Orto dell’Inferno”.
Non bastavano immondizie sparse in quantità, frequenti offese in sfregio alla cultura storica e alle poche testimonianze ancora sopravvissute, e non ultima la penuria di acqua potabile. Né ha preoccupato gli sciocchi la scoperta di veleni ad altissimo rischio stivati nelle navi che, affondate nel mare circostante, giacciono tuttora pressoché inosservati. Intanto si rilevano probabili mutazioni genetiche in certi pesci. Credo che a nessuno piacciano alici all’arsenico.
Ma ora la speculazione si sta rivelando senza veli. Se i suddetti “attentati” alla salute pubblica non risultavano chiaramente definiti sulla superficie del territorio, adesso qualcuno potrebbe sentirsi invogliato ad affondare anche la realtà visibile. Cementificare gran parte dell’Isola di San Domino e realizzare un progetto che, eufemisticamente, potrei qualificare di scarso riguardo per la tranquilla sopravvivenza e per il benessere dei residenti. Sembra infatti che esso aprirebbe le porte ad una speculazione resa magari più accettabile dalla maschera di legalità che nel caso specifico ritengo quanto meno precaria. E’ certo tuttavia trattarsi di un’idea che, dopo il crollo dell’economia turistica in Egitto e in Tunisia, potrebbe trovare il plauso degli operatori commerciali colpiti dalla momentanea crisi, orfani di tanti utili sfumati.
Si pensi solo che, per un probabile supporto all’auspicata concretizzazione di quel progetto speculativo, qualche affarista buontempone ha inventato la favola che su San Domino non esisterebbero aree agricole. La motivazione di tale falsità risiede chiaramente nel fatto che la definitiva soppressione del solo concetto di agricoltura spianerebbe di gran lunga la strada per le escavatrici, le gru, le “generose” colate di cemento.
Credo che gli avversari dell’ ultimo sindaco defenestrato avrebbero gioito senza motivo, se la caduta dell’ “odiato nemico” fosse avvenuta troppo tardi, per così dire fuori tempo massimo. Avrebbero in tal caso serrato la stalla dopo la fuga dei buoi.
Tormentato, al fianco di gran parte dei residenti, dallo spauracchio della catastrofe ecologica incombente, mi si consenta di supplicare i disattenti ricorrendo all’incitamento che, nel 1955, sette premi Nobel (Einstein fra loro) rivolsero al Pianeta: « Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti si spalanca davanti a voi il rischio della morte universale ». Forse meglio ancora troverei supporto alla mia posizione nel senso profondo di altre parole scaturite dal genio di Albert Einstein, in omaggio al mistero del mondo e alla bellezza: «Colui che non la conosce, colui che non può più provare stupore e meraviglia è come morto, ed i suoi occhi sono incapaci di vedere».