myNews.iT - Per spazio Pubblicitario chiama il 393.5496623

Il curatore Nino Barone presenta le opere dello scenografo e artista milanese, di origini molisane, tra alchimia, memoria e disagio contemporaneo.

Termoli, Officina Solare Gallery: Vincenzo Palombo “Concreta Illusione”

TERMOLI – Ha aperto ieri sera, sabato 1 agosto, in Corso Nazionale 12, “Concreta Illusione”, la mostra curata da Nino Barone per l’associazione Nuova Officina Solare. Resterà visitabile fino al 14 agosto, ogni sera dalle 20 alle 23.

Protagonista è Vincenzo Palombo, milanese, classe 1963, ma di origini molisane: è nipote dell’artista che dipinse la volta della chiesa madre di San Martino, un legame con la terra d’origine che porta con sé anche una certa idea di mestiere tramandato. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 1986 si diploma in Pittura nel corso di Luciano Fabro, tra i maggiori esponenti dell’Arte Povera italiana — un’eredità che lo spinge presto verso la sperimentazione di nuovi materiali e verso l’avanguardia milanese di quegli anni. Dallo stesso 1986 comincia a lavorare come scenografo e costumista, un mestiere che porta avanti da allora parallelamente alla ricerca artistica: nel cinema, nel teatro e in televisione, alternandolo a installazioni, pittura e videoarte. Oggi insegna all’Accademia di Brera e all’Accademia Poliarte di Ancona.

Per questa mostra Palombo mette da parte la pittura e lavora con installazioni, luce, oggetti – un terreno che conosce bene, visto che la sua ricerca, come scenografo prima ancora che come artista, è sempre passata dal coinvolgimento diretto del pubblico attraverso percorsi sensoriali costruiti su illuminotecnica e acustica.

Ad aprire la presentazione è lo stesso Barone, che inquadra il taglio della mostra: “Abbiamo lasciato un po’ la pittura, anche un po’ i colori, ma ci preme introdurci in un discorso un po’ più complesso.” Lo presenta come un artista che unisce il mestiere di scenografo a una ricerca concettuale parallela — performance, installazioni — introducendo il lavoro legato all’alchimia, “come antiscienza che serve in qualche modo per aprire nuovi scorci di interpretazione della realtà.”

Il pezzo che accoglie i visitatori all’ingresso è un trittico legato a tre colori dell’alchimia medievale — Nigredo, Albedo, Rubedo — e Barone non nasconde di esserne rimasto colpito: “Sono rimasto affascinato per questo trittico che è qui sia a sinistra entrando.”

Palombo lo racconta come un lavoro nato da un’esigenza personale, quasi un diario di crescita meditativa “attraverso altri sistemi”. Spiega i tre stadi uno per uno: la Nigredo è “lo stato di malessere iniziale, di piccola depressione, di un po’ l’ipocondria, che però è anche uno stadio creativo”; l’Albedo il momento in cui “la persona, l’essere umano, lavora per trasformare questo piccolo malessere”, finché “appare una piccola luce”; la Rubedo, infine, è “l’apparire della luce del sole” — che Palombo dipinge in oro, ma con del sangue dentro, perché “l’essere umano resta sempre legato alla sua forma”. E aggiunge una cosa che suona più vera del resto: quello stato non si conquista una volta sola, va “lavorato e realizzato tutti i santi giorni, perché altrimenti lo perdi.” Un percorso, dice, che parla di lui ma “riguarda tutti.”

Quasi tutte le altre opere sono di quest’anno, e non per caso. Palombo lo spiega come una risposta a un momento storico che non si aspettava di rivivere: “È questo un momento molto particolare nella storia dell’essere umano, dal quale noi non siamo più abituati, perché pensavamo di aver superato tante difficoltà, tanti modi di vedere, tanti modi di fare, che invece stanno riapparendo.” Un malessere che, osserva, produce “cambiamenti molto veloci, soprattutto nel pubblico giovane”— ed è proprio questa osservazione ad aver orientato il lavoro dell’ultimo anno verso lo stato dell’essere umano in generale.

Barone guida poi la conversazione su tre lavori specifici. Il primo è l’autoritratto con un occhio solo — “l’occhio ciclopico”, come lo definisce il curatore, chiedendo se non sia anche una critica un po’ negativa della società. Il secondo è “J’accuse de l’Homme”, un titolo già sentito in altre epoche. Il terzo, degli occhiali che inquadrano una zona geografica precisa.

Palombo parte dal J’accuse: “È naturalmente J’accuse, che parte da Zola, però ho aggiunto la parola l’homme, e ho messo uno specchio.” La ragione è tutta nello specchio: “Per poter rispondere a questo momento storico, c’è necessità che l’uomo, l’essere umano, prenda coscienza di sé. Se prende coscienza di sé, non può fare a meno di non guardarsi allo specchio.” È un’accusa diretta all’indifferenza generale“Non sta reagendo a questo modo. Non vuole porre fine, anzi è apatico.” Ammette che la cosa lo disturba e insieme lo fa riflettere – vorrebbe che cambiasse e dice, “perché se non ci si sveglia, la situazione può solo degenerare.” Il fondo oro, qui, richiama l’iconografia medievale, ma capovolta: non è più fonte di illuminazione, è “una falsa illuminazione, un falso benessere” su cui si consuma la denuncia.

Sull’autoritratto, Palombo racconta che il lavoro nasce negli anni Novanta — lui stesso, ironicamente, raffigurato con un solo occhio, pur non essendo peloso. Tiene a chiarire che non c’entra il ciclope, tornato di moda con l’Odissea: era piuttosto “l’occhio del curioso”, l’occhio che “aveva focalizzato con un occhio un principio che ti interessa.” Alla versione originale – pelo sintetico, un occhio da bambola – ha ora aggiunto un fondale dorato, un telo da fotografo con effetto di riflessione, che definisce ciò che gli interessa rappresentare in questo momento: “L’astratto della luce dorata.”

A chiudere è ancora Barone, con un invito rivolto al pubblico: “Non ci resta che invitare i visitatori a confrontarsi, a riuscire a incontrare e a confrontarci su queste tematiche. Su queste tematiche che tutti quanti viviamo, ma non riusciamo mai a esprimere.”