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di don Mario Colavita

La carità nella verità è quindi la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (udienza generale del 8.7.2009), in un certo senso è il papa stesso a spiegare il senso della nuova enciclica sociale che porta al centro del dibattito globale la carità e la verità. Due parole molto care al papa teologo dalle quali fuoriescono prendono avvio riflessioni, spunti per un’ordine sociale che abbracci il mondo intero. La carità nella verità “è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi” (Caritas in Veritate, 6). La Chiesa nelle sue articolazioni non ha gli strumenti necessari e tecnici per intervenire “praticamente” nei delicati equilibri politici, economici e sociali, la sua forza è il vangelo che incarnandosi nell’oggi “estrae” principi e criteri di giudizio per il bene dell’uomo. La nuova enciclica sociale apporta un particolare incoraggiamento al magistero sociale della chiesa, sulla scia dei pronunciamenti dei pontefici da Leone XIII a Giovanni Paolo II.
La Caritas in Veritate riporta al centro del dibattito internazionale l’importanza dell’uomo come strada necessaria all’ordine sociale mondiale; la Carità non come sterile buonismo o facile sentimentalismo, ma come l’essenza stessa di Dio Amore, la Verità che illumina la carità orientandola verso il bene e il giusto: “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario” (CV, 3). La novità dell’enciclica sta proprio nel fatto che il papa ha saputo coniugare questi due grandi temi centrali ed essenziali nel cristianesimo, due parole che gettano luce e propongono strategie di lavoro per il bene dell’uomo. “Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme «Agápe» e «Lógos»: Carità e Verità, Amore e Parola” (CV,3). La verità scrive il papa è Lógos che crea diá-logos e quindi comunicazione e comunione. Tale luce indirizza l’uomo ad uscire dalle strettoie soggettivistiche e relativistiche portandolo sulla strada dell’amore che diventa dono.

Dono non dev’essere inteso come filantropia, ma come chàris, amore gratuito ricevuto e donato che sta dentro il processo economico, nel mercato. Penso proprio che la grande “rivoluzione” di questa enciclica possa essere condensata in questa parola: “dono-carità” essa ha la forza di smuovere dal di dentro le regole del mercato intese al profitto, un mercato che vede nel guadagno e nella massimizzazione il suo fine. Il profitto per il profitto porta alla disuguaglianza, alla frattura tra due mondi: nord e sud, est ed ovest relegando le nazioni povere al margine dello sviluppo ed accentuando sempre più l’ingiustizia globale. Lo sviluppo dei popoli non può prescindere dal dono, che diventa per papa Ratzinger fraternità, concetto abbandonato e declassato a favore di un’incurante attenzione al capitalismo liberale. A 40 anni dall’enciclica sociale di Paolo VI la Populorum Progressio, Benedetto XVI vuole rilanciare l’idea dello sviluppo dei popoli, della società umana passando necessariamente la fraternità: “Il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è «la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Populorum Progressio, 66). Questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità” (Cf. CV, 19).

La visione globale del mondo per la dottrina sociale della Chiesa non può non avere il suo centro nell’uomo immagine di Dio-amore (Cf. Gen 1,27) così l’enciclica ribadisce ancora una volta l’importanza della sua dignità quale “primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (CV, 25; Cf. GS, 63). La questione antropologica, dunque, torna alla ribalta, l’uomo, il suo destino è al centro del pensiero sociale della Chiesa. La Caritas in Veritate, allora, cerca di dare ragione confermando l’importanza dell’uomo. Più a fondo la questione antropologica implica una serie di domande a cui scelte politiche, economiche e sociali non possono non rispondere: quale uomo vogliamo promuovere? Possiamo considerare vero sviluppo uno sviluppo che chiude l’uomo in un orizzonte intraterreno, fatto solo di benessere materiale, e che prescinde dalla questione dei valori, dei significati, dell’infinito cui l’uomo è chiamato? Può una civiltà sopravvivere senza riferimenti fondanti, senza sguardo all’eternità, negando all’uomo una risposta ai suoi interrogativi più profondi?

Può esserci vero sviluppo senza Dio? L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, un’etica amica della persona; ha bisogno di recuperare l’importante contributo del principio di gratuità e della “logica del dono” nell’economia di mercato, dove la regola non può essere il solo profitto. Un’economia solidale, fraterna non è un’utopia, se la crisi ha portato al baratro milioni di famiglie, imprese, banche, impresso insicurezza e precarietà in molti stati nazionali, la domanda non è fuori luogo di come la finanza, l’economia, possa aiutare l’uomo a vivere meglio riportando nel mondo una sorta di pax economica, dove per pax si può benissimo intendere il benessere distribuito: “l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica…

Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l’aspetto della reciprocità fraterna” (CV, 37.38). Nel contesto della post-modernità, dove il vuoto etico diventa crisi non solo economica e morale, crisi soprattutto antropologica che attacca la natura stessa dell’uomo relegandolo ad oggetto o peggio a prodotto, in questo scenario l’enciclica getta luce e invita ad una profonda riflessione uomini di governo, manager, imprenditori, educatori, a ri-considerare l’uomo come il bene più prezioso e inestimabile al di sopra di ogni cosa e di ogni valore. E’ emblematico che il sociologo polacco Bauman abbia approfondito il tema con il libro: Homo consumens: lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi. Un’economia senza regole e senza etica condanna milioni di persone alla fame e alle povertà per questo Caritas in Veritate ri-dona all’uomo il suo giusto posto e il suo immenso valore.