TERMOLI – Nei giorni scorsi si è registrata , a Roma, un’operazione di “sequestro” di decine didi pizzerie e ristoranti, tutte situate nel centro della città, molte frequentate da politici e gente dello spettacolo. Tutte le pizzerie sono risultate “napoletane doc” e che – secondo la Procura antimafia di Roma – sono tutte in mano alla camorra. E’ evidente che la stessa camorra utilizzava il canale della ristorazione al fine di riciclare del denaro sporco. I nomi sono quelli di ristoranti noti a turisti e frequentatori dei “palazzi del potere” e dalla gente di spettacolo.

Secondo gli investigatori si trattava di attività che si alimentavano con i soldi di un clan camorrista; anche il meccanismo per sfuggire ai controlli fiscali era stato messo in piedi in forma “originale”….. con l’aiuto di un alto funzionario ministeriale. Questi gli accadimenti: noi che non facciamo cronaca, però, guardiamo all’aspetto “tecnico” ed “organizzativo” del problema e ci soffermiamo, immediatamente, a rilevare e far rilevare –(cosa che andiamo sostenendo da tempo) – che il “sistema che consente l’apertura di un pubblico esercizio è debole”.

E’ chiaro che questi “sequestri” di attività di pubblici esercizi, di proprietà della camorra, hanno posto in rilievo tutte le carenze (anche legislative) del sistema vigente, per il quale sistema sono consentite aperture di pubblici esercizi senza che vi sia, a monte, un minimo di programmazione per quanto attiene allo sviluppo della “rete commerciale”, né una opportuna ( meglio necessaria) valutazione dei requisiti morali e professionali di coloro che intendo intraprendere questo tipo di attività. Per quanto a nostra conoscenza, anche nelle nostre realtà territoriali regionali, dopo la presentazione della SCIA ( ovvero la “segnalazione” certificata di inizio attività), non si registrano i “necessari/dovuti controlli”, che – come dicevamo – o sono completamente “dimenticati”, ovvero vengono effettuati solo in maniera formale: tutto questo – appare chiaro – può lasciare ampio spazio alle infiltrazioni malavitose.

In conclusione, pur non volendo essere nostalgici a tutti i costi – ( ma erano diverse e certe le “regole” prima della liberalizzazione del commercio!!!) – ravvisiamo tutta la necessità di provvedere, quanto meno, ad una “rettifica” del sistema: sicuramente ripristinando i controlli sui requisiti degli operatori e dei locali, magari facendo in modo, che soprattutto per il settore della ristorazione, si ritorni al rilascio delle “autorizzazioni da parte delle Questure”. Questo “piccolo passo indietro” potrà garantire, alle persone perbene ( che sono tante e costituiscono la stragrande maggioranza) che esercitano la loro attività nel settore della ristorazione e dei pubblici esercizi in generale, di non vedersi “dequalificata l’immagine della propria attività ” da chi, con operazioni “criminali” si organizza ed interviene nel settore al solo fine di riciclare denaro sporco.

Luigi Zappone ( Presidente Confimpresa)