
Geppy Gleijeses rende omaggio all’amato Eduardo De Filippo (1900-1984), portando sulla scena una delle sue commedie più divertenti . Ditegli sempre di sì, scritta nel 1927 per il fratellastro Vincenzo Scarpetta, è poi diventata nel corso degli anni un appuntamento ricorrente della carriera attoriale di Eduardo, che si è sempre molto divertito a riproporre questa travolgente presa in giro delle convenzioni retoriche del linguaggio umano, una farsa nata negli anni dei roboanti discorsi del fascismo, ma anche del trionfo delle performances futuriste e della pratica quotidiana della borghesia a parlare per metafore, allusioni verbali, sottintesi ammiccanti capaci di prendere il posto della verità. È infatti la convenzionalità del linguaggio delle persone “sane” che Michele Murri non riesce proprio a capire, dopo un anno trascorso in manicomio, nel mondo “irreale” dei pazzi.
Se la sorella zitella dice che le piacerebbe sposare il vicino di casa, egli corre subito a raccontare in giro di questo matrimonio; se un amico di famiglia giura che farà pace col fratello solo da morto, ecco che egli si affretta a mandare un telegramma che annuncia la dolorosa notizia, con il risultato che l’amico, dapprima invia una corona di fiori e poi si presenta in casa del fratello per le condoglianze: panico, sconcerto, poi – questa volta – risate e riconciliazione tra i due fratelli. Ma non sempre va altrettanto bene.
Un vicino di casa dà del pazzo a Luigino, un giovanotto che corteggia la figlia; Michele sente e subito si precipita a cercare di tagliare la testa al povero innamorato, convinto come è dalle parole altrui che la testa sia il luogo dove s’annida la pazzia. Inevitabile che que sto eccesso di coerenza riporti il povero Michele in manicomio. Ma la sua candida “follia” rivela sempre più allo spettatore di contenere una non troppo velata allusione al clima di quel periodo, cinque anni dopo la marcia su Roma, quando il “diverso”, “l’emarginato” appariva sempre più un pericolo destabilizzante per quella società.