Termoli Cronaca La strana sorte di un paese dove non si può… nascere!

La strana sorte di un paese dove non si può… nascere!

Pe' ogné vecille 'u proprje nide è bèlle

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TERMOLI – Dal primo di luglio chi risiede a Termoli, se deve partorire deve recarsi a Vasto o a Campobasso o ad Isernia: chiude il reparto natale! Insomma, non potranno nascere più bambini termolesi! Sembra assurdo che non si sia riusciti a nominare medici ginecologi. Non ci sono soldi per fare concorsi? Forse! Non c’è la volontà politica per risolvere i problemi della Sanità locale! Questo è il problema! E se mentre la partoriente si sta recando a Vasto o a Campobasso non fa in tempo ad arrivare, il bambino nascerà a metà strada con le…amorevoli e improvvisate cure di chi è presente in quel momento (sic!).

Siamo ridotti veramente male!

Facciamo qualche passo indietro. Ricordo quando a Termoli c’era un solo edificio chiamato ‘U Spedalètte, dove si faceva di tutto, dal piccolo intervento, a quello di appendicite, al parto. Era ubicato nei pressi del mercato del pesce, ad angolo fra Corso Umberto I con Via Fratelli Brigida, dove attualmente c’è la Guardia di Finanza. Medici del calibro del dottor Alfredo D’Andrea, del dott. Giulio Recchia, si alternavano ad operare i pazienti che fiduciosi si affidavano alle loro esperte mani.

Intorno alla fine degli anni ’50 il paese aveva circa diecimila abitanti. Quando per merito di politici molto accorti negli anni ’60 aprì l’ospedale di Via Molinello ci fu una…“calata” di specialisti che occuparono tutti i reparti, dalla cardiologia, alla chirurgia generale, all’oculistica, alla pediatria, all’ortopedia, e alla ginecologia dove operava il famoso ginecologo termolese dott. De Palma. Medici specialisti fecero a gara per andarci a lavorare.

Nel frattempo già si gettavano le basi per costruire l’ospedale di via San Francesco che prese il nome di San Timoteo. Studiavo presso la facoltà di architettura di Napoli quando Tonino Crema, allora studente fuori corso, metteva sul tecnigrafo il progetto dell’ospedale. Ero al primo anno: lui, già laureando, mi mostrava il progetto di una “struttura modulare” di un ospedale secondo i canoni dell’architettura razionale di Le Corbusier. Termoli agli inizi degli anni settanta aveva il suo ospedale a livello Regionale che insieme al Vietri di Larino costituivano il i due fiori all’occhiello del Molise. Era destino che anche per quest’ultimo io dovessi assistere al suo primo…vagito. Sempre durante il mio soggiorno a Napoli, infatti, durante il terzo anno abitai in un appartamento nei pressi di Santa Chiara con l’ingegnere che stava ne eseguendo i calcoli insieme al progettista l’architetto Vitiello di Larino. Si chiamava Giovanni Berchicci e collaborava al progetto per la parte strutturale.

Ma perchè racconto tutto questo?! Forse perché questo problema mi sta accompagnando da una vita. Forse perchè entrambi gli ospedali li ho visti nascere. Almeno sulla carta. Ma innanzitutto perché se il problema di avere il Punto Nascite a Termoli non si risolve saremmo veramente in balia di una Sanità che non può più essere utile a tutti. Gli ultimi, i poveri, gli stranieri saranno le prime vittime di questa carenza in quanto le donne dovranno andare a partorire altrove con una serie di inconvenienti; non ultimo quello di pagare salati gli interventi del parto.

Nascere a Termoli non sarà più possibile!

L’opzione che il “Molise non esiste”, diventerà quasi reale. Ma come si è potuto giungere a questo? Forse ci siamo illusi che con la separazione nel ’63 dall’Abruzzo avremmo potuto “fare” da soli. “Chi spute ‘n cile ‘n bacce je areva’ (Chi sputa in aria gli ritorna sulla propria faccia)”. Forse avremmo dovuto ragionare sostenuti dall’altro adagio: “Mittete che chille mèje de tè e arefunnece ‘i spèse” (Mettiti con quelli meglio di te e rimettici le spese).

E invece siamo giunti alla considerazione che il nostro distacco dall’Abruzzo non è stato affatto proficuo. Bisogna ammetterlo! In oltre cinquant’anni d’autonomia abbiamo fatto solo chiacchiere e concluso poco o niente con la nostra politica ospedaliera. Infatti…“Chiacchjere sènza palanghe, fanne i peducchje tante(Chiacchiere senza denaro producono solo tanti pidocchi, cioè, niente).. E le “palanghe” non si sono viste ovvero sono finite nelle solite tasche. Non abbiamo fatto interventi qualitativi.

A Termoli, negli ultimi cinquant’anni, sono state costruite, solo case. E che brutte case! Ci siamo beati della contemplazione del Paese Vecchio, dell’Agosto termolese. Insomma, il solito “panem et circenses”. Come fosse tutto quello che potevamo o volevamo avere.

L’unico intervento serio di riqualificazione è stato bocciato da una serie di partitini e neo-politici in carriera che volevano solo occupare le poltrone in Comune. A Termoli tutto è fermo da anni. La stessa chiusura del Corso Umberto I, che avrebbe potuto restituire uno spazio utile al Corso Nazionale – facendolo diventare un’ “unica piazza”, soprattutto a vantaggio delle attività commerciali, di ristoro e verde pubblico – non è stato approvato.

Siamo condannati a restare un paese senza futuro. Altro che Termoli Futura! Termoli “bruttura”, abbandonata a politici che non hanno nessuna voglia di mettersi in gioco e farlo progredire. Speriamo nella nuova Amministrazione uscita dalle ultime consultazioni!

Questo nostro intervento è partito dalla situazione ospedaliera ed è approdato a considerazioni molto tristi, che fanno molto male al cuore. Chi non avrebbe voluto che Termoli crescesse nella direzione giusta e i nuovi gruppi politici fossero consapevoli degli interventi utili per farlo progredire? Ci siamo solo…”arenghise ‘nata vòte de puce” (Ci siamo riempiti nuovamente di pulci).

E i termolesi, non so se si rendono conto di tutto questo. In una mia vecchia poesia scritta addirittura nel 1982, parlando della condizione di degrado del paese, traggo un’amara conclusione: “…Come se ninde è state / guardane ‘stu spettacule scunzulate / e penzane ca c’u Mazzemarille / arremane sule ‘a mazze du Castille!”.

Staremmo a vedere!. Perchè se è vero “…ca ‘u cane mocceche ‘u stracciate” – e più stracciati di noi non ce ne sono in Italia – è vero altresì che i termolesi sono gente testarda che crede solo in se stessa. Per cui si ritengono felici del loro status sociale! E allora, nonostante gli sforzi che da anni faccio denunciando queste cose, concludo quest’articolo con l’ultimo proverbio disperato:

” Hai voja a feshca’ s’u ciucce ne te’ sète!”.( Hai voglia di dire all’asino di bere se non ha sete).

Saverio Metere

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Saverio Metere è nato a Termoli il 23 settembre del 1942. Vive e lavora a Milano dove esercita la professione di architetto libero professionista. Sposato con Lalla Porta. Ha tre figli: Giuseppe, Alessandro, Lisa. Esperienze letterarie. Oltre ad interventi su libri e quotidiani, ha effettuato le seguenti pubblicazioni: Anno 1982: Lundane da mazze du Castille, Prima raccolta di poesie in vernacolo termolese; anno 1988: I cinque cantori della nostra terra, Poeti in vernacolo termolese; anno 1989: LUNDANANZE, Seconda raccolta di poesie in vernacolo termolese; anno 1993 da Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici–volume primo); anno 1995: da Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici–volume secondo); anno 2000: I poeti in vernacolo termolese; anno 2003 (volume unico): Matizje, Terza raccolta di poesie in vernacolo termolese e Specciamece ca stá arrevanne Sgarbe, Sceneggiatura di un atto unico in vernacolo termolese e in lingua; anno 2008: Matizje in the world, Traduzione della poesia “Matizje” nei dialetti regionali italiani e in 20 lingue estere, latino e greco.

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