Apertura Lettera ad un architetto termolese

Lettera ad un architetto termolese

0

Antonio De Felice ha compiuto 90 anni il 12 ottobre: il giorno della scoperta dell’America!

L’architetto Antonio De Felice e Saverio Metere

TERMOLI – Quest’estate sono venuto a trovarti e ti ho visto un po’ affaticato ma con la mente e i pensieri ancora in ottima salute. Qualche giorno prima   ti avevo messo nella tua preziosa cassetta della posta il mio ultimo lavoro, la mia autobiografia. Mi hai mostrato la parte riguardante Napoli che era tutta sottolineata. Entrambi ci siamo laureati in quella città: io nel ’69, tu dodici anni prima. E tu mi hai ricordato qualche professore che abbiamo conosciuto. 

Entrambi, dopo la laurea, abbiamo fatto la nostra bellissima professione. Tu a Termoli con brillanti risultati, io a Milano con risultati modesti ma onesti. Senza santi in Paradiso, il nostro percorso professionale è sempre un po’ problematico… Lo sai che il mio cruccio è stato quello di andare via “…sbattènne arrét’a pòrte!”.  Ma forse proprio per questo mi è rimasto di più nel cuore: una rivincita contro chi mi aveva impedito di restarci! Ho cominciato così a scrivere e pubblicare poesie in vernacolo su quello che succedeva nell’edilizia e nell’urbanistica. 

Sono iniziati i miei viaggi di …SOLO ANDATA, di cui al mio libro. Ci sono ritornato, invece, tutti gli anni con la mia famiglia. Non li ho costretti i miei cari: ci sono venuti sempre volentieri. Un mese all’anno era molto piacevole! 

E vedevo la mia città che cresceva a dismisura. E male!

Dopo il piano regolatore del ’71 – licenziato sotto l’Amministrazione dell’onorevole e allora sindaco, La Penna – si erano cominciati a costruire,    anche in periferia, palazzoni e villette; il porto diventava importante con viaggi fino in Iugoslavia,  oltre che per le Isole  Tremiti; nell’interno del tessuto urbano, grossi spazi verdi venivano coperti da edifici abitativi e commerciali,   alcuni   inutili o lasciati a metà;  si riempiva di cemento la collina d’arrèt’i Bagne con costruzioni di dieci piani e in particolare quell’enorme edificio a forma di Ziggurat che dà proprio sul porto. Il Molinello veniva devastato, a scomputo di area verde privata, da enormi costruzioni di otto, nove piani;  in piazza Monumento, sull’area del cinema all’aperto Arena Lucciole, fiore all’occhiello dei Crema,  si dava la licenza a costruire il palazzo  Narducci;  quindi,  il palazzo Macrellino  e quello Lops in via Mario Milano, chiamati così dai nomi dei costruttori. Un’edilizia squallida in una posizione molto centrale e quindi redditizia. 

La povera vecchia Villa Comunale, già sparita durante la precedente Amministrazione alla fine degli anni ’50, vedeva lo scempio della costruzione di quella porcheria di palazzo affianco al seminario, che ha cambiato già tre o quattro funzioni: ora, credo, sia sede di archivio vescovile e comunale. Contiene l’unico cinema di Termoli (sic!).  Ma come! Termoli, un paese di oltre 33 mila abitanti, la “perla del Molise”, deve avere un… cinemino dove si può fare solo qualche congresso o riunione politica o parrocchiale!  E così, abbiamo perso l’unico polmone di verde nel paese a favore di una “Villa” fuori del centro del paese, che ha tutte le caratteristiche per essere… “ottima e abbondante” ma ubicata lontana dal centro.  Non si poteva lasciare anche la Vecchia ‘ssòp’u Chjane de S. Antonio? 

E la chiesa di S. Timoteo? Quell’enorme edificio religioso eseguito senza un sagrato e sottolineo: senza un sagrato! Archite’, ma ce po’ costruî  ‘na cchjise sènza sagráte! Solo a Termoli! 

E tu mi dirai. E io che c’entro in tutto questo!? Niente, tu non c’entri proprio niente! Ed è proprio questo il problema.  Caro amico e collega, la cosa ci è sfuggita di mano e non abbiamo fatto niente per sensibilizzare la gente e mostrare cosa stava succedendo.  Tranne alcuni articoli, io stesso non ho fatto quasi niente per impedire tutto ciò.  Ma abbiamo ancora tutte le possibilità, la scienza e coscienza di impedire altri obbrobri! 

E mi riferisco a quel povero ex Cinema Adriatico lasciato lì incappucciato e incartapecorito da 30 anni; all’ex Holtel Rosarylungo la Via Cristoforo Colombo, destinato ad un albergo cominciato e mai finito; a quell’altra costruzione lasciata a metà in contrada Difesa Grande, oggi, ricovero di barboni e piena di topi. 

E altre e altre ancora, il cui elenco diventa inutile e tedioso, ormai.  Si dovrebbe scrivere un libro bianco per elencarli tutti. Se ti vuoi attivare, io ti  darei volentieri una mano.

Caro Architetto, io ti ho sempre rispettato perché la professione tu ce l’hai nel sangue. Come tutti gli architetti che sono degni di questo nome!  E perciò ti scrivo queste cose che non ho potuto dirti quella mattina. Le devi prendere con molta saggezza e lungimiranza. Qualcuno dice che tra di noi ci sono stati dei contrasti.  Non è vero! Per lo meno da parte mia. Delle incomprensioni, forse. Ma su tante cose ci siamo trovati d’accordo. Come la scala a chiocciola nel Paese vecchio. Ed è questo il motivo per cui ho preferito dare questa lettera alle stampe, oggi, affinché nessuno possa dire domani che io e te avessimo avuto dei dissensi che non fossero solo di carattere tecnico.  Si sa, la nostra è una professione critica. Cioè, è nella nostra mentalità essere dissenzienti. Per natura! É un fatto istintivo proporre soluzioni alternative ad un’architettura che noi avremo progettato in modo diverso da quello eseguito

Io conosco il tuo valore e ti stimo moltissimo. La tua mano e la tua mente su un foglio di disegno corrono intelligenti, sempre insieme in modo univoco. Ho visto e rivisto tanti tuoi disegni che sembrano essere stati eseguiti da un vero artista del disegno.  E non esagero nel farti questi complimenti. Tu lo sai! 

Galleria fotografica di alcune realizzazioni dell’architetto Antonio De Felice a Termoli

Come ti dicevo all’inizio, nell’ultima visita, ti ho trovato un po’ stanco e affaticato ma molto lucido e sereno. E grintoso! Qualche giorno dopo, per il tuo novantesimo compleanno, ho composto e ho deposto nella solita cassettina postale, un sonetto che hai molto apprezzato e che, per i motivi di cui sopra, voglio fare conoscere anche a tutti i termolesi. Te lo allego volentieri in questa mia e onesta lettera.

Sempre, con molta stima e affetto

Saverio Metere  

DUDECE OTTOBRE 2020
(Ne nasce sòle une ògne e 90 anne!)

‘A mmizze ‘u Corse, au céntre du’ pajèse
abbete ‘n architétte termelèse.
Tè’  Tèrmele ‘ndu  córe , ne ng’è che fâ
p’u máre, ‘u sòle e ‘u riste  che ce stá.

Assòp’i paréte de quésta cáse 
‘nge stanne fïure e róse addind’i váse
ma so’ pettáte  forse cchjù de mille
deségne che reguardáne ‘u Castille:

c’a matïte, acquérèlle e c’u pennille
c’u córe ch’addevènde guajengille…
che iucáve assòp’i préte de  Ternóle.

I ddudece so’ nóvande! E ‘na paróle 
te voje dïce mò che ‘stu sunétte
‘n âte e novande, c’u córe, ARCHITÉTTE!

DODICI OTTOBRE 2020
(Ne nasce uno ogni 90 anni!)

In mezzo al corso, nel centro del paese
abita un architetto termolese.
Ha Termoli nel cuore, non c’è che fare
per il mare, il sole e tutto il resto.

Sulle pareti di questa casa
non ci sono dipinti fiori  e rose nei vasi
ma sono rappresentati più di mille
disegni che rappresentano il Castello: 

a matita, ad acquerelli, e con il pennello
con un cuore che ritorna bambino
quando giocava sulle pietre di Tornola.

Il dodici sono novanta! E una parola 
ti voglio dire oggi con questo sonetto:
altri novanta, con tutto il cuore, ARCHITETTO!
Articolo precedenteComune di Termoli:«Tari e Tosap sospese»
Articolo successivoDal Molise “Comitato dignità e verità per le vittime di Covid” chiede giustizia
Saverio Metere è nato a Termoli il 23 settembre del 1942. Vive e lavora a Milano dove esercita la professione di architetto libero professionista. Sposato con Lalla Porta. Ha tre figli: Giuseppe, Alessandro, Lisa. Esperienze letterarie. Oltre ad interventi su libri e quotidiani, ha effettuato le seguenti pubblicazioni: Anno 1982: Lundane da mazze du Castille, Prima raccolta di poesie in vernacolo termolese; anno 1988: I cinque cantori della nostra terra, Poeti in vernacolo termolese; anno 1989: LUNDANANZE, Seconda raccolta di poesie in vernacolo termolese; anno 1993 da Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici–volume primo); anno 1995: da Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici–volume secondo); anno 2000: I poeti in vernacolo termolese; anno 2003 (volume unico): Matizje, Terza raccolta di poesie in vernacolo termolese e Specciamece ca stá arrevanne Sgarbe, Sceneggiatura di un atto unico in vernacolo termolese e in lingua; anno 2008: Matizje in the world, Traduzione della poesia “Matizje” nei dialetti regionali italiani e in 20 lingue estere, latino e greco.

Nessun commento

Exit mobile version