Peccato che la sua dottrina e il sapere teologico non è accolto e condiviso da chi ha scritto e parlato con questi termini denunciando tutta la propria ignoranza e, soprattutto, ancora una volta, strumentalizzando un fatto per esercitare critiche inutili alla Chiesa o attacchi di diverso trattamento. Difatti si sono tirati dagli armadi vecchi scheletri di vicende analoghe per dire che la Chiesa ha trattato in modo difforme casi come Welby ed Englaro. Sarà dovuto alla statura morale del porporato, alla sua capacità d’essere innovatore ed aperto di linguaggi nuovi; sarà la sua alta cultura che ancora una volta ha calamitato l’attenzione, sarà che spesso è stato contrapposto ad altri cardinali a motivo di sensibilità diverse; sta di fatto che questa richiesta ha tenuto banco e lo tiene ancora soprattutto nei confronti di coloro che poco conoscono il pensiero del Magistero della Chiesa nei confronti di una materia così complicata e delicata anche dopo interventi autorevoli e chiarificatori. Per sgombrare il campo da ogni ombra di dubbio è bene prima di tutto definire l’accanimento terapeutico distinguendolo dall’eutanasia.
L’eutanasia è il procurare intenzionalmente la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica. L’individuo, tuttavia, non è in fin di vita. Si tratta di una scelta che non ha riguardo della situazione fisica compromettente in cui ci si viene a trovare, e per cui si sceglie la morte come via di fuga. Questa è l’eutansia, a cui la Chiesa è da sempre contraria. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico è -invece- il prendere semplicemente atto che non c’è più niente da fare, che non c’è alcun intervento che può cambiare la situazione, per cui vengono interrotte quelle pratiche mediche volte solo al prolungare al malato un’agonia dall’esito ormai certo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica [n.2278] afferma: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire.
Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”. Nella stessa direzione vanno anche Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae, 25.3.95, n. 65.; la Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Iura et bona, 5.5.80; ancora la Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22.2.87, n. 5; Pontificia Accademia per la Vita, Il rispetto della dignità del morente, 9 dicembre 2000, n. 6. Oltre questa si potrebbe produrre una mole documentale notevole. E allora? Il cardinale Martini ha richiesto ciò che può rivendicare ogni semplice e anonimo cristiano. Perché tanto clamore se è tutto normale? Basta conoscere la verità! Che certamente non è quella ispirata dall’anticlericalismo a basso consumo culturale per ottenere un elevato ascolto mediatico. E’ morto un uomo, un maestro, un testimone come muoiono ogni giorno, forse più anonimamente, tanti altri che hanno ottenuto lo stesso trattamento ma nessuno lo sa.