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Il Presidente del Tribunale di Larino Daniele Colucci e l’avvocato Oreste Campopiano discutono la crisi del potere legislativo, i limiti dell’intelligenza artificiale nella giustizia e la tutela dell’individuo.

Auditorium Termoli, Venerdì 8 maggio – UNITRE: incontro tecnico-giuridico dal titolo «Riflessioni sulla Legalità: La legge garanzia di libertà e convivenza civile».

TERMOLI – Venerdì 8 maggio all’Auditorium di Via Elba, la UNITRE Sede Autonoma di Termoli ha organizzato un incontro tecnico-giuridico dal titolo «Riflessioni sulla Legalità: La legge garanzia di libertà e convivenza civile». Come la norma non si limita a regolare la vita comune, ma è essa stessa a renderla possibile. Sul tavolo: attualità giudiziaria, intelligenza artificiale applicata al diritto e principi costituzionali. Hanno parlato due figure del diritto con posizioni nette e argomenti precisi.

Daniele Colucci, Presidente del Tribunale di Larino, ha aperto la sua disamina da un punto fermo: i primi 12 articoli della Costituzione non si toccano, nemmeno dal legislatore costituzionale. Sul funzionamento della democrazia oggi, il quadro che traccia è critico. Il potere legislativo è in affanno, e spesso è la magistratura a colmare i buchi che la politica lascia aperti: «si svolge un’opera di supplenza proprio quando la politica è assente, quando non riesce a formare delle leggi che siano nell’interesse della collettività», ha detto.

Sull’intelligenza artificiale nella giustizia predittiva, Colucci non lascia spazio a equivoci. L’algoritmo non sostituisce il giudice oggi, e non lo farà domani, perché il diritto si applica caso per caso e richiede una sensibilità che nessun software possiede. «C’è un momento emotivo nell’applicazione della norma che oggi l’intelligenza artificiale non può fermare e non potrà abbracciare neanche in futuro», ha sottolineato. Ha chiuso sul principio del ragionevole dubbio, con una critica diretta all’appellabilità delle sentenze di assoluzione. Citando il caso Garlasco, ha affermato che il sistema, pur rischiando talvolta di lasciare libero un colpevole, «sicuramente evita di portare dentro un innocente, che è sicuramente l’esito più lacerante che la giustizia degli uomini possa raggiungere».

L’avvocato Oreste Campopiano ha ripreso il caso Garlasco andando dritto al punto: tenere un imputato legato a un processo per decenni è un fallimento dell’ordinamento. «È una vergogna», ha detto senza giri di parole, parlando di chi ha trascorso sei anni in carcere per poi vedere la propria vicenda rimessa in discussione dopo diciotto anni: «andare a riaprire una ferita è una ferita terribile per l’ordinamento giuridico». Sul ruolo del giudice ha riconosciuto la necessità di un’interpretazione evolutiva, avvertendo però che la discrezionalità senza equilibrio diventa arbitrio. Ha richiamato l’articolo 25 della Costituzione«nessuno può essere punito per un fatto non previsto dalla legge come reato prima che il fatto sia stato commesso» — come argine invalicabile al potere punitivo dello Stato.

Il nucleo del suo ragionamento ha riguardato proprio il concetto di libertà: non un dato astratto, ma qualcosa che esiste perché la legge lo delimita e lo garantisce. «È la legge che produce la libertà», ha detto Campopiano, spiegando che senza una norma che fissi il limite entro cui un’azione può essere esercitata, quella stessa libertà di agire verrebbe meno. Ha chiuso rivendicando il ruolo costituzionale dell’avvocato: non un accessorio del processo, ma un presidio concreto contro gli abusi della pubblica amministrazione e dei poteri pubblici.