
TERMOLI – La frase, in americano “I have a dream”, fu pronunciata da Martin Luther King, nell’agosto del 1963. Essa condensa il desiderio pacifico di unificare i diritti della comunità nera con quelli dei bianchi.
Mi si consenta il paragone, un po’ azzardato se volete, ma anch’io ho un sogno: quello di vedere, in un prossimo futuro, l’unificazione poetica di tutti quelli che scrivono in vernacolo termolese.
È dal lontano 1982 che indico ai vernacolisti termolesi di usare il medesimo lessico in modo che tutti possano finalmente comprendere le loro poesie. Pubblicai il primo lavoro “Lundane da’ mazze du’ Castille” seguendo la “Grammatica delle parlate d’Abruzzo e Molise” di Ernesto Giammarco, professore di dialettologia presso l’università di Chieti.
Per l’ultimo evento estivo ‘Ma ssère ce parle termelèse da me organizzato nell’ambito dell’Agosto Termolese, ho prodotto anche un libricino che riporta i brani dei poeti che vi hanno partecipato. Li ho riportati come loro li avevano scritti: tutti, in modo differente, l’uno dall’altro! Alla fine del mio volumetto ho aggiunto una nota fonetico-grammaticale tratta dal testo del Giammarco sperando che, la prossima volta, i partecipanti si vogliano adeguare a quelle poche regole indicate. In questo modo e solo così si potrà realizzare quel senso di appartenenza che fa di un termolese un cittadino legato alle radici della propria terra.
E mi viene in mente la frase pronunciata da J. F. Kennedy che nel giugno del ’63 a Berlino aveva pronunciato con orgoglio “…ogni uomo libero è cittadino di Berlino, Ich bin ein Berliner“, io sono berlinese. Fu questa una grandissima dichiarazione di appartenenza ad una città, ad un popolo diviso dal “muro” di Berlino.
Con propositi totalmente diversi, anche noi abbiamo i nostri “muri” invisibili che non ci fanno appartenere allo stesso paese, alla stessa comunità. Può sembrare un paradosso, ma chi può dire oggi ‘Hi sònghe termelèse, “Io sono termolese” cioè, io leggo e comprendo il termolese perché c’è qualcuno che lo scrive in modo corretto?
Sarebbe giusto che il comune istituisse un breve corso di vernacolo nelle scuole, diretto da una maestra che certamente sarebbe in grado d’insegnare quelle poche regole di grammatica e di fonetica.
D’altra parte non ci si può esimere da un sistema valoriale per il quale la qualità di un paese si giudichi esclusivamente per le sue caratteristiche naturali. Facciamo un esempio: non possiamo essere legati alla considerazione che il nostro Borgo Antico rappresenti tutto il paese e affermare che Termoli, per questo è “ ‘U pajèse cchjù bbèlle du’ munne”, come dicono molti termolesi. Nella recente trasmissione televisiva “Il Borgo dei Borghi”, che prendeva in considerazione i più bei Borghi d’Italia, Termoli non è stata neanche nominata. La qual cosa non ci fa piacere! Ma come rimediare?
La bellezza di un paese deve contemplare “tutto il territorio” che lo rappresenta, e tutte le sue caratteristiche socio-urbanistiche e culturali. Non è un caso il fatto che abbiamo perso anche la bandiera blu. La cultura non è fatta solo di Processioni a mare, di Agosto Termolese e di movide tra canti e suoni o, come dicevano i latini, di panem et circenses. In una parola: di sole tradizioni o feste rituali! Un paese può avere un’importanza storica e culturale se il suo sistema valoriale contiene degli aspetti che lo distinguono dagli altri.
E il vernacolo è uno di questi!
Secondo una recente indagine effettuata dal professor Luca Valeriani, docente di letteratura italiana presso l’Università della Sapienza di Roma, in un terzo delle famiglie italiane si parla il dialetto insieme all’italiano, in particolare nel sud dell’Italia. Questo è un dato molto significativo. L’appartenenza al proprio paese è un dato molto importante perché aggiunge una caratteristica fondamentale specifica, caratterizzante: la lingua vernacolare!
Alla luce di quanto scritto, non c’è chi non vede che le due frasi famose sopra citate, possano contribuire alla realizzazione del sogno di appartenenza che si traduce anche in una ricerca e un’applicazione del vernacolo termolese.
Saverio Metere