La natura selvaggia incontaminata fatta di spiagge bianche ed assolate e la sporcizia estrema con gli animali che mangiano i rifiuti di discariche a cielo aperto.

Kenya Masai Kid's
Kenya Masai Kid’s

MOMBASA _ Il sorriso gioviale dei bambini che in fila indiana, scalzi e con la camicetta blu si incamminano verso la scuola alle 6 del mattino sapendo di avere molti chilometri da percorrere e la schiera di giovani vestiti con occhiali sgargianti, jeans e camice alla moda che accerchiano i turisti italiani proponendo la loro povertà come “suovenir” chiedendo soldi a gran voce attraverso escursioni o giri nei dintorni delle spiagge o magari nelle loro casa mostrando il loro nulla. L’Africa? Una terra complessa dove gli estremismi della vita e le religioni coabitano ma le differenze non si toccano e non si annullano. Ed oggi, ormai, assurge a mèta di conquista degli italiani che l’hanno ribattezzata la “Nuova America”.  

La povertà ed ignoranza, il terreno fertile per gli affari di imprenditori del centro come del sud Italia. Ma i nuovi colonizzatori sono proprio loro: i pensionati. Sono sempre più numerosi gli ultrasessantenni e le famiglie con difficoltà economiche e problemi a “sbarcare” il lunario che si trasferiscono a vivere in uno degli Stati più “gettonati” dell’Africa, il Kenia dove si è costituita negli ultimi anni una vera e propria realtà abitata da sessantacinquenni ma anche imprenditori del nord come del centro sud Italia.

Sono 10 mila gli italiani residenti in una striscia di terra bellissima, tra Malindi e Watamu, fatta di mega ville in stile Lamu con i tetti in makuti e stanze a perdita d’occhio. In questa comunità a fare la parte da leone sono gli anziani con i classici 700 euro al mese che in Molise così come in Puglia e Basilicata non riescono a far quadrare i conti se non con “salti mortali” mentre a Malindi starebbero facendo a gara a chi riesce ad acquistare la villa più grande senza dimenticare il cuoco, la cameriera personale e qualche muratore per apportare delle migliorie, il tutto alla modica cifra di pochi euro al mese. L’incubo delle bollette da pagare in Italia, delle rate del mutuo da onorare puntualmente ogni mese, del lavoro in fabbrica spersonalizzante così come della corsa giornaliera per cercare di risolvere problemi e assilli non esiste.

 L’Africa? Una terra complessa dove gli estremismi della vita e le religioni coabitano ma le differenze non si toccano e non si annullano.
 Ed oggi ormai assurge a mèta di conquista degli italiani che l’hanno ribattezzata la “Nuova America“.

Con 70 euro al mese ci si assicura il lavoro di più keniani e per i pensionati con mensili da 1000 euro al mese si spalancano le porte dei ristoranti a 5 stelle con lauti pranzi a 10 euro, del casinò e di una vita agiata fatta di tranquillità assoluta, sole splendente ogni giorno, mare limpido a pochi passi, clima secco e favorevole, una schiera di servitori pronti a “sollazzare” il “padrone”.

L’Eldorado è, dunque, servito. Così come sono sempre più numerosi gli imprenditori con pochi soldi e tante speranze che scelgono proprio la costa del Kenia per investire approfittando del cambio favorevole, della miseria, povertà e soprattutto ignoranza in cui vivono le popolazioni locali.

Ma fuori le ville “dorate” con muri alti dai 3 ai 4 metri e filo elettrico annesso per evitare che qualcuno scavalchi durante la notte e rubi la frutta esotica in cucina, gli euro nascosti in casa e qualche fetta di carne, la realtà è altrettanto “abbagliante” ma non dispiace troppo ai residenti “made in Italy” che guardano e passano, anzi raccontano il “souvenir” agli amici commentando magari dispiaciuti davanti ad una tavola imbandita di tutto punto.

Eppure i soldi per realizzare una casa fatta di mattoni ed un tetto di terra e non di lamiera a Nemma, mamma di 10 figli tutti piccoli, con il marito malato ed in punto di morte, impossibilitata a dare da mangiare a tutti i figli e senza nemmeno una capanna dove ripararsi durante la pioggia sono dovuti arrivare dall’Italia da parte di famiglie che non avevano proprietà in zona, contattate da una guida locale riuscita a convincere i conoscenti ad elargire una piccola somma che, per la giovane Nemma, è stata la salvezza ed ha permesso al marito di morire tranquillo, sapendo i cari sotto un riparo stabile.

All’uscita della “Milano 5” o della “Little Italy a 5 stelle” i rifiuti abbondano tra l’erba incolta e secca, sparpagliati dappertutto, le strade non esistono e le baracche di paglia mischiata a sterco di animali e lamiera senza corrente elettrica e senza acqua, senza fogne e senza niente sono sotto gli occhi di tutti.  Le donne dalla mattina alla sera cavano con le minuscole dita la terra e rompono dei grossi massi che vengono rivenduti a pochi spiccioli per il rivestimento di cancelli enormi e recinti delle lussuose ville situate a pochi metri dai locali, gli uomini lavorano il legno nella fabbrica realizzata a beneficio dei turisti dove vengono accompagnati a comprare oggetti a prezzi elevati. Nelle loro tasche finisce una parte dei guadagni delle statue e manufatti venduti, il resto è della cooperativa che acquista il legno che viene da loro scolpito. E’ uno dei primi esempi di produttività in zona che permette a circa 70 famiglie di sopravvivere, di avere una vita che possa chiamarsi tale, di dare ai figli una istruzione di base, di evitare loro la strada e di mendicare al passaggio di turisti.

 Galleria Fotografica
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Eppure nella nuova “Eldorado” italiana la bellezza dei colori della terra rossa, del mare verde smeraldo, degli animali liberi nei parchi, dei profumi di spezie è innegabile così come lo è la verità del gregge di mucche da latte che placido e tranquillo magia i rifiuti della discarica alla periferia di Mombasa tra i sorrisi smaglianti delle guide locali e l’indifferenza assoluta dei keniani, abituati allo “spettacolo” che si offre alla vista di chiunque attraversa la via principale del grosso centro. Le battute scherzose dei locali davanti le terribili scene degli animali sulla spazzatura tra rifiuti speciali e umido è sempre la stessa: “qui il latte viene prodotto direttamente in scatola“. Ma c’è di più.

Gli aiuti che vengono ben impacchettati da tanti italiani e spediti in Kenia per le famiglie che hanno solo i propri occhi per piangere e la mani nude per lavorare, finiscono sulle bancarelle dei mercati di Malindi dove vengono rivenduti agli affamati a 3 e 4 euro. Un “business” quello architettato sulla pelle dei disperati ed all’insaputa dei generosi italiani i quali pensano di aver dato sollievo con indumenti usati ed oggetti di vario tipo ed invece ai destinatari non arrivano. Una verità che tutti conoscono a Malindi e che le guide italiane addirittura hanno trasformato in “souvenir” a beneficio dei turisti che visitano la città.

Una realtà, dunque, inquietante che non sembra sia piaciuta troppo a più di qualche molisano arrivato in zona con matite per i bimbi, caramelle senza zucchero perchè di dentisti non c’è ombra e qualche abitino per le bambine provvedendo a consegnare personalmente ad alcuni villaggi tra Mombasa e Watamu la merce tra l’allegria, sorrisi smaglianti ed abbracci della gente semplice e genuina delle realtà più interne dove regna una maggiore pulizia, dove campeggiano chiese cristiane fatte in maniera rudimentale ma che rappresentano un luogo di ritrovo per le comunità locali e dove i riti locali, le tradizioni sopravvivono alla modernità prepotente che attanaglia, invece, i giovani che abitano verso la costa desiderosi a tutti i costi di incamerare euro da spendere tra frivolezze e vizi.

La spedizione di aiuti dall’Italia fatta senza organizzazioni specifiche che si dedicano a tale scopo, dunque, alimentano l’incredibile “business” che si è creato e che permette solo a qualcuno di incassare soldi.

La contraddizione scioccante, quasi dolorosa della gente senza niente che vive ammassata sulla terra incolta dove spuntano sempre più numerose le ville degli italiani fa parte della realtà del paese dove sopravvivono ancora alla modernità alcune popolazioni e tribù. Tra queste spiccano sicuramente i guerrieri Masai la cui vita, negli ultimi anni, è cambiata all’indomani della grande ondata di turismo che ha interessato proprio il Kenya ma sono riusciti a restare loro stessi. Non è accaduto, invece, ai cosiddetti giovani, i “Beach-boys” che affollano la spiaggia di Watamu in cerca di euro utilizzando ogni modo possibile per convincere i turisti a girare la costa in loro compagnia. Ai turisti dicono: “voi dovete girare l’Africa, questa terra, con noi perchè voi siete la nostra fabbrica. Noi non abbiamo industrie dove lavorare e voi siete la nostra Fiat“. 
 
E mentre la voglia di vedere l’Italia ha contagiato le nuove generazioni in Kenya, il desiderio sempre più forte, quasi spasmodico, di capire con i loro occhi cosa c’è oltre il confine dove a loro dire li aspetta una vita fatta di agi quasi da “mille e una notte”, per i Masai la giornata è di lavoro, diversa rispetto al passato ma sempre dignitosa e composta. Ora sono i nuovi tutori dell’ordine nei villaggi italiani ed in particolare nei campi tendati che accolgono i turisti, divenuti  numerosi nel parco nazionale dello Tsavo, il più grande in assoluto dell’Africa dove gli animali possono trascorrere la loro vita in piena tranquillità. Chiunque osi anche toccare un elefante, un leone o uno struzzo che magari cammina placidamente a pochi passi dalla jeep durante il safari rischia un multa di migliaia di euro e 7 anni di carcere.

Ed in questa zona fatta di cielo e terra rossa, di natura selvaggia, di panorami incredibili, di colori vividi

che solo la natura incontaminata può regalare, abitano loro: i guerrieri Masai. I giovani si dedicano alla loro nuova attività di “Vigilantes” senza dimenticare la loro vita libera nei parchi abitati dagli animali altrettanto liberi, senza barriere, i loro riti come quello dell’accensione del fuoco, i canti, i balli, i loro villaggi fatti di capanne di sterco dove la modernità non è riscita ancora ad entrare appieno. Le donne allattano i figli, sempre numerosi, provvedono al vestiario e lavorano accudendo il bestiame. I Masai oggi hanno dovuto “rivedere” la loro giornata visto che sono presenti davanti ogni tenda nei campi del deserto affinchè leoni, elefanti, antilopi, fagoceri, scimmie e quant’altro non entrino all’interno. Armati di una sola lancia ed abbigliati con il tipico mantello, si acquattano nella notte mimetizzandosi completamente. Ma nonostante la loro attività, i guerrieri conservano con orgoglio il loro “spirito” e sfoggiano con grande dignità ed orgoglio i loro usi e costumi, lontani dalle mode dei telefoni cellulari che guardano di sottecchi senza troppo interesse.

I loro canti, i balli di benvenuto, il rito dell’accensione del fuoco, sono sicuramente una realtà tangibile nella loro vita. Ed il miscuglio di riti, culture diverse, religioni opposte, colori, profumi, odori sgradevoli, miseria e dignità contribuiscono a rappresentare quella parte di Africa rimasta intatta, così come la vita dei bimbi nei villaggi delle zone interne che camminano ai lati della strada sterrata di terra rossa con camicia e pantaloncini blu che sorridono pur non avendo niente, delle donne che trasportano l’acqua, il pane ed ogni tipo di mercanzia sulla testa evitando di cadere per puro miracolo negli avvallamenti della terra.

7 Commenti

  1. Povero Kenya
    Mi fa sempre molto piacere leggere notizie sul Kenya ma francamente l’articolo è superficiale e, zeppo di giudizi morali inopportuni e gratuiti.
    L’autrice, non me ne voglia ma, ha ragionato come fanno i turisti che possono permettersi qualche settimana di soggiorno in questo paese meraviglioso, dove le dinamiche sociali e culturali sono decisamente più complesse.
    I masai purtroppo non sono più da tempo un popolo incontaminato, detentore di tradizioni e cultura: i giovani nel migliore dei casi usano il cellulare e spesso si prostituiscono.. naturalmente sempre indossando i costumi tradizionali poiché, in tutti i villaggi vige la regola che per spillare quattrini ai turisti bisogna curare il look.
    Il popolo masai, con le sue fiere tradizioni tra le quali l’infibulazione (per chi non lo sapesse: la mutilazione genitale femminile) pure se povero come tutte le genti d’Africa è comunque privilegiato, poiché gli è stato permesso (per ragioni di convenienza politica) di mantenere la propria cultura, in un contesto spietato dove la miseria, la violenza e l’ignoranza privano gli individui anche dell’identità culturale, imponendo modelli che spesso generano persone disperate ed allo sbando.
    Quanto alle dichiarazioni dei beach boys che ben incarnano il disagio sociale dei kenioti, andrebbero approfondite poiché il più delle volte dicono quello che i turisti vogliono sentirsi dire, nella speranza di portare a casa (una capanna di fango) qualche soldo per la famiglia. Gli abiti di questi giovani possono indurre a pesare che rappresentino un ceto più fortunato della società ma non è così, dietro al lavoro di un beach boy spesso ci sono 20 o 30 bocche da sfamare (un intero clan). Mi permetto poi di dubitare che siano usate espressioni del tipo “voi siete la nostra fabbrica”: sulla costa del Kenya non sanno nemmeno cosa sia una fabbrica.
    Quanto agli italiani di Malindi e Watamu, con i quali l’autrice non è stata giustamente tenera, mi preme ricordare che tra i nostri connazionali “neo colonizzatori” talvolta vi sono anche bancarottieri, pedofili ed un numero imprecisato di latitanti spesso pericolosi che contribuiscono “a tenere alto” l’onore del Bel Paese, nell’Africa nera.
    Povero Kenya che ancora continua ad essere guardato come una cartolina e giudicato per luoghi comuni da chi dimentica che questa terra non ha solo paesaggi mozzafiato, una cultura ricca, complessa ed antichissima ma è anche la culla dell’intera umanità e meriterebbe analisi più accurate.

  2. Povero Kenya
    Ho letto con attenzione il suo commento e mi dispiace di una cosa essenzialmente: non ha avuto il coraggio di firmarsi ed ha tratto dei giudizi nei miei confronti molto affrettati, poco approfonditi, superficiali tralasciando poi la parte più importante del reportage: la denuncia sugli aiuti privati rivenduti sulle bancarelle determinando un businnes sulla pelle dei disperati.
    Inoltre ha adombrato una serie di situazioni che non sono affatto veritiere. Per quanto concerne la sua disquisizione sulla realtà di quei posti che ho potuto girare in più occasioni e non in un viaggio turistico, non concordo con lei ma rispetto il suo pensiero.
    Concordo con lei dicendo che la realtà è molto complessa così come ha potuto leggere ma nel contempo considero la sua analisi superficiale e poco attenta imperniata su giudizi anch’essi moralistici a favore dell’uno o dell’altro.
    Vista la sua lunga disamina, ribadisco, avrei gradito che allo stesso modo delle accuse avesse trovato il coraggio di firmarsi.
    La saluto, con stima
    Antonella Salvatore

  3. info su aiuti privati
    Buongiorno,siamo da poco tornati da un viaggio di nozze in Kenya e ci stiamo accingendo a spedire un pacco ricco di materiale nuovo, quindi non vestitini usati, ma comprati in negozio. Il destinatario sarà una famiglia di Ukunda, che abbiamo conosciuto là con la quale siamo in ottimi rapporti.
    Le chiedo la cortesia, di darmi delle delucidazioni su questi aiuti privati rivenduti sulle bancarelle. La ringrazio se potrà rispondermi in email oppure mandarmi un avviso al mio indirizzo appena pubblicherà la risposta. questo è il mio indirizzo fusaroa@inwind.it

  4. Per info
    dipende dal periodo. Settembre è un periodo buono, ci sono poche zanzare e uqella portatrice della malaria gira quasi niente mentre già a novembre è già più pericoloso. e’ una scelta personale, poi si deve anche considerae dove si va. c’è chi fa il malarone, chi il lariam e chi niente