MacTe Gruppo MID
GRUPPO MID
 Disco stroboscopico n. 10 del 1965 
truciolato, acrilico, carta su metallo diametro cm 107

Racconto fantastico di alcuni…quadri sepolti nelle cantine del Municipio 

I quadri erano stati depositati da oltre sessant’anni dalle varie Amministrazioni Comunali. Provenivano dalle mostre che il critico d’arte termolese Achille Pace organizzava tutti gli anni nella vecchia Chiesa di S. Antonio, trasformata in Galleria Civica d’Arte Contemporanea“.  Ogni anno il maestro faceva stampare un catalogo che riportava le opere esposte. C’erano, spesso, anche lavori del GRUPPO UNO, una corrente artistica formatasi a Roma nel 1962  che proponeva nuovi materiali espressivi di valore percettivo attraverso un riesame del rapporto artista-società. Di esso facevano parte artisti del calibro di FrascàSantoro,  Carrino, Uncini, Biggi e dello stesso  Achille Pace che era stato  uno dei fondatori.

C’erano i quadri dei “sacchi” di Burri, le   opere astratte con la forma-segno di   Giuseppe Capogrossi e naturalmente i “FILI” di Pace. Pigiati, come le sardine di Piazza Grande a Bologna, i quadri si guardavano l’uno con l’altro, aspettando il giorno in cui sarebbero potuti uscire dall’umidità di quelle cantine malsane.  Furono proprio le opere di Achille Pace che fece sortire da quell’enorme cavallo municipale, uno alla volta, tutti i quadri, legati al suo magico FILO:

“Vi porto tutti al MACTE – disse loro –   la nuova sede che il Comune ha predisposto come luogo ideale per essere finalmente esposti in modo decente”. 

 Tutti i quadri si rallegrarono per il fatto che avevano trovato finalmente uno spazio più consono e non avrebbero più subìto la muffa pregressa. Era un passo avanti rispetto alla vecchia Galleria  Civica dove avevano  trascorso la prima fase del loro percorso espositivo.  Uno alla volta, in una fredda notte invernale i quadri, legati al FILO ACHILLIANO uscirono dal…ventre di quell’enorme cavallo di troia municipale. Muniti di enormi pennellesse buttarono barattoli di vernice dapprima sullo stesso odiato Municipio e sull’edificio che lo affianca. Si recarono, quindi, in Via Mario Milano e pitturarono di rosso il Palazzo Lops e il Palazzo Macrellino, da cima a fondo. Poi, si spostarono verso il Molinello e imbrattarono di bianco tutti gli enormi edifici che danno sul Parco, compresi quelli che li precedono.  L’edificio a piramide di Via Carlo del Croix fu cosparso, ironia della sorte, di grosse macchie blu…come il mare sottostante che s’intravedeva in lontananza. 

Ma lo scempio più osceno fu eseguito su tutti i palazzi costruiti lungo la strada che precede il viadotto prima del Molinello. Su di essi furono scaricati tutti i barattoli invenduti della “Merda d’artista” del milanese Piero Manzoni: le rimanenze   che i benpensanti si erano rifiutati di comprare reputando che non costituissero opere d’arte! Su tutto il resto del paese, cosiddetto murattiano, lo stesso Pace con i suoi fili insieme ai sacchi di Burri si incaricarono d’intrecciare e stendere un…velo pietoso su tutte le piccole schifezze perpetrate negli anni con licenze edilizie di politici compiacenti. Fu coperto anche il vecchio cinema Adriatico, che è rimasto come lo vediamo ancora oggi. Per l’edificio di Piazza Monumento ci pensarono i quadri di Carrino e Uncini del Gruppo Uno, i quali, con una vernice verde-Lega, inveirono in modo molto violento. 

Si salvò solo il Paese Vecchio che, ristrutturato e reso abitabile dopo l’ultimo intervento di risanamento conservativo, restò indisturbato a godersi lo scempio della nuova Termoli. Sul Borgo fu posta, infatti, una campana di vetro, una teca di cristallo trasparente, sulla quale si specchiavano la Cattedrale, il Castello Svevo e le due Torrette del Belvedere: unici elementi architettonici di un certo rispetto!

Quando i termolesi si svegliarono in quella fredda mattina del 32 dicembre dell’anno 2020, rimasero sconvolti. Alcuni, facenti parte della vecchia guardia, diedero la colpa ai democristiani e ai comunisti. I politici dell’ultima generazione indicarono in Salvini l’autore dell’imbrattamento con la vernice verde e in Di Maio quelli con la gialla. I palazzi di colore nero, erano di facile interpretazione perché legati ai vecchi nostalgici del fascio termolese: e ce ne furono parecchi! Insomma, una vera e propria purga-edilizio-urbanistica, una purificazione necessaria per il risanamento della città. Qualcuno vide aggirarsi tra le strade del Corso Nazionale e verso il Porto, bande di quadri di pittori campobassani con striscioni che rivendicavano il diritto ad essere loro la città più importante della Regione. Infine, sul corso Umberto I fu stesa un enorme colata di cemento verde in modo da creare una continuità con Piazza Monumento e divenisse un unico spazio pedonale adatto alla movida estiva.

Poiché il MACTE non aveva avuto il permesso di riceverle, non si seppe mai che fine fecero tutte le opere che compirono questo misfatto. Qualcuno disse che erano emigrate all’estero su barconi insieme ad alcuni artisti locali misti a profughi albanesi che non si erano inseriti nei paesi arbereshe molisani. Avevano dedotto che a Termoli non c’era un buon mercato artistico: il paese pensava solo al panem et circenses, mentre loro avevano avuto, finalmente, riconoscimenti e premi.

Il Municipio fu in seguito demolito da una giunta formata da artisti internazionali che ben conoscevano i problemi del paese; si pensò di ricostruirlo in periferia, sulla collina che precede la Chiesetta della Madonna a Lungo, munito di grandi parcheggi e ben collegato con una serie di linee di superficie al resto del paese.

Alle ore 12 del mattino di quel fantastico e fantasioso 32 dicembre, i termolesi “saggi” uscirono per il Corso Nazionale portando uno striscione con la scritta: GIUSTIZIA É STATA FATTA!

Saverio Metere