Cittadini, attivisti e rappresentanti istituzionali si riuniscono in Largo Sant’Antonio contro la chiusura dei reparti ospedalieri e la logica aziendalista. “La salute non è una merce”.

TERMOLI – Si è svolta nel pomeriggio di mercoledì 27 maggio un’assemblea pubblica partecipata a Termoli, in Largo Sant’Antonio (di fronte alla chiesa di S. Antonio), sul tema “NON SOLO EMODINAMICA. LA SALUTE NON È UNA MERCE”. L’iniziativa è stata promossa dall’Assemblea Palestina Libera Basso Molise, dal movimento dei Focolari, da Pax Christi e dalla Rete della Sinistra – Termoli bene comune. Obiettivo dell’incontro: analizzare le cause della crisi sanitaria in atto, discutere collettivamente il diritto alla salute sul territorio e proporre un modello alternativo che rimetta al centro il welfare, in contrasto con quella che i promotori definiscono la logica dello “stato di guerra”. Sono intervenuti attivisti, lavoratrici e associazioni che operano da anni su questi temi in varie parti del Molise.
Nel corso della manifestazione è emersa una riflessione condivisa dai partecipanti: «Mentre tentano di smantellare definitivamente il sistema sanitario pubblico, i potenti di turno si impegnano a investire decine di miliardi in armi per i prossimi anni. Mentre ci viene detto che il debito sanitario dobbiamo ripagarlo fino all’ultimo centesimo, per le spese militari sembrano non esistere vincoli di bilancio. Il sistema che ci condanna alla morte nel nostro territorio è lo stesso che porta guerre e genocidi ad altri popoli innocenti».
I partecipanti hanno ribadito che i tagli all’Emodinamica di Termoli e lo smantellamento della sanità molisana sono il risultato di scelte affaristiche che sacrificano i diritti fondamentali agli interessi di lobby, élite e multinazionali: «Il Molise, e Termoli in particolare, vivono un momento drammatico, tra crisi del lavoro, crisi abitativa, spopolamento, isolamento infrastrutturale, a cui si aggiunge l’ennesima mannaia sulla sanità regionale, in un contesto globale che sta provocando l’impoverimento e la precarizzazione di fasce sempre più larghe di popolazione. Se i soldi ci sono, vogliamo che siano investiti nel futuro, nella vita, nel lavoro, nei territori, e non negli armamenti… perché nessuno si salva da solo e non possiamo pensare di vincere questa battaglia per il futuro senza la solidarietà».
Ad aprire il dibattito è stato Roberto De Lena, che ha tracciato un collegamento diretto tra spesa militare e smantellamento del welfare: «La sicurezza è la cura? Oggi in tante e in tanti in assemblea in piazza a Termoli per dire che la salute non è una merce, ma un diritto. E che ogni euro speso per il riarmo e per la militarizzazione della società è un’ingiustizia, perché è un euro sottratto alla sicurezza sociale. Per questo, ci vediamo il 2 giugno per il corso, in via Adriatica alle 19, per la festa della Repubblica disarmata». De Lena ha poi allargato la lettura al quadro sistemico: «Il tentativo che stiamo facendo è quello di leggere entro una cornice più grande, che parla di un sistema economico che ci sta portando sempre più alla deriva verso la guerra, verso una torsione autoritaria, verso uno smantellamento del welfare sociale, verso sostanzialmente una concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di poche persone».
Ha preso la parola in seguito la consigliera comunale Marcella Stumpo, che ha introdotto il dibattito leggendo il messaggio di Piero Castrataro, sindaco di Isernia, impossibilitato a partecipare per impegni istituzionali: «Vi raggiungo con questo messaggio per esprimere prima di tutto il mio sincero rammarico per non essere fisicamente vostro… ma in ogni caso io ci sono, nella battaglia in difesa dei nostri ospedali, della nostra sanità pubblica, del nostro sacrosanto diritto alla salute. Termoli è una trincea, questo territorio sta pagando, insieme a Isernia e provincia e ad Agnone, l’intero Alto Molise, il prezzo più alto, ingiusto, di una politica di tagli implacabili. Anno dopo anno stiamo assistendo al sistematico smantellamento del nostro sistema sanitario pubblico, un pezzo alla volta sulla pelle dei cittadini».
Il microfono è passato poi a Italo Di Sabato, che ha offerto un’analisi storica e politica della crisi in corso: «Quello che sta succedendo oggi sui nostri territori non nasce dalle ultime settimane, non nasce neanche dall’approvazione dell’ultimo POS, e non è legata neanche, secondo me, a una semplice cattiva gestione politica delle politiche sanitarie sul territorio, ma è il risultato concreto di più di 30 anni di politiche neoliberiste che la politica, sia nazionale sia regionale sia locale, ha sposato in toto». Di Sabato ha poi puntato il dito contro le logiche di profitto introdotte dagli anni ’90: «Dal 1992 non si è più invertita questa tendenza e quindi su questo noi dobbiamo partire. Se noi non rompiamo con la logica […] ci ritroveremo nei prossimi mesi a fare nuove assemblee dopo che avrà chiuso sicuramente un altro reparto, un altro ospedale, un altro presidio sanitario. Ma lo perderemo, perché la logica aziendale oggi, dentro una logica ragionieristica e di numeri, impone che in questa regione o ti curi dal privato o muori. Questa è la verità».
La parola è tornata alla consigliera Stumpo, che ha illustrato le azioni condotte nelle sedi istituzionali per contrastare il debito sanitario: «Abbiamo chiesto il superamento del criterio del ripianamento di questa voragine per passare ad un criterio di investimenti adeguati e per poter garantire quindi le cure effettive, il diritto alla cura che è stabilito dalla Costituzione e non può essere compresso per motivi di numeri di popolazione, di vincoli di bilancio o leggi Balduzzi varie». La Stumpo ha ribadito quanto sia determinante non spegnere la pressione popolare: «Avevano paura, ve lo dico, avevano paura della folla che c’era in consiglio comunale, quindi la presenza fisica è importante. Io li ho visti impallidire quando sono entrati nell’aula abituati al deserto, e questa è una delle conseguenze più brutte di questi ultimi anni: i consigli vuoti. […] E lì la pressione si è sentita, anche se poi le lotte, beh, le lotte importa farle… ma questa la dobbiamo vincere».

































(FOTO DI ANTONELLO MANOCCHIO)















