L’opera d’arte vive se ha dinanzi degli occhi che la guardano, altrimenti non esiste.
MACTErmoliTERMOLI – Per decenni, è stato un caso unico e paradossale, non so se più drammatico o ironico: avere il contenuto ma senza un contenitore! Un patrimonio artistico accumulato negli anni. Anno dopo anno dal 1956 ad oggi. Un lavoro lungimirante, paziente e instancabile, di chi ha voluto e costruito il Premio Termoli, un dono per la città, un dono ai termolesi ed ai molisani fatto dal Maestro Achille Pace. Oggi la raccolta conta diverse centinaia di opere, non ho ancora ben capito quante, 3, 4, forse 500 opere d’arte che costituiscono una testimonianza prestigiosissima dell’arte italiana degli ultimi decenni. Un patrimonio culturale ed economico immenso.

Ma alla lungimiranza dell’artista Pace non ha corrisposto una lungimiranza delle amministrazioni comunali che si sono avvicendate durante le edizioni del Premio, nessuna in grado di trovare una meritata collocazione espositiva permanente delle opere, un luogo che ne faccia strumento culturale e trasmissione di conoscenza, relegandole invece ad una conservazione occulta e spesso precaria.

Non meravigliamoci se il Premio Termoli non abbia contaminato la cultura locale, se perfino tra i giovani maggiormente recettivi all’esperienza artistica pochi conoscano la storica mostra termolese e le sue opere. Se l’arte rimane un’esperienza limitata, periferica e superflua, tutto sommato evitabile e non indispensabile e necessaria a tutti, ma una chicca per esperti del settore, probabilmente è perché non è mai esistito un luogo di riferimento certo, un presidio fisico della cultura artistica dove avviene l’alchimia dell’incontro che trasforma. Dove insegnare e scoprire che la cultura artistica parla ai muratori, agli ingegneri, agli elettricisti, agli operai, ai medici, agli avvocati, alle mamme ed ai papà, ai bambini, agli anziani, agli insegnanti di matematica, agli autisti dei pullman, ai commercianti ed a tutta l’umanità. Se Termoli è brutta lo è perché i termolesi non hanno cultura artistica contemporanea. Basta osservarne l’architettura, compresi gli ultimi e scialbi interventi di ripavimentazione e arredo, che nulla hanno a che fare con la contemporaneità.

Talmente superflua l’arte che perfino la Galleria Civica d’Arte Contemporanea, un luogo che è esso stesso un monumento dal valore storico e documentale da tutelare, dove Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Nello Ponente, Maurizio Calvesi, discutevano con Achille Pace, Giulio Turcato, Carla Accardi, Piero Dorazio, Gastone Novelli, Achille Perilli e molti altri critici ed artisti che hanno fatto la storia dell’arte italiana l’hanno solcata, è stata negli ultimi anni violentemente banalizzata da attività che nulla hanno a che fare con l’arte contemporanea.
C’è bisogno di cultura artistica, c’è bisogno di capire, riconoscere e fare bellezza.
Il MACTE dopo sessant’anni, finalmente!
Fate Presto

Michele Carafa