SAN NICOLA _ Non si sarebbe mai pensato che Giuseppe Calabrese, irriducibile cantore tremitese di una insussistente gloria del dittatore libico, osasse inserirsi nel clamore della sanguinosa tragedia libica con indebite affermazioni, del tutto inopportune a fronte della realtà. Quello di negare l’evidenza conclamata ad ogni livello in ottica planetaria è un espediente che alla lunga non paga neppure all’interno di un piccolo consesso isolano, per certi versi estraneo ai maneggi di politica internazionale. La popolazione delle Isole Tremiti, stanca ormai di assistere a chiacchiere oziose su promesse irrealizzabili, a grandiosi annunci di “visite di Stato” peraltro impossibili, a ventilati “aiuti” di un dittatore che tutto prende senza nulla mai dare, ora dice basta. Il Sindaco si occupi, non per carità ma per civico dovere, delle problematiche irrisolte da cui è afflitta la comunità. Se tali emergenze dovessero permanere a lungo ulteriormente sottovalutate la loro gravità sarebbe destinata ad aumentare via via con progressione similare a quella del volume di una valanga.
Mi sia consentito di osservare: un diplomatico dilettante che si arrogasse consumata esperienza in merito a situazioni e fatti da lui appena sfiorati, farebbe certamente torto al proprio stesso intelletto. Se inoltre ci toccasse di attendere l’ultima “visione” di un piccolo sindaco in cerca di notorietà riflessa, dovremmo trarne la conclusione alquanto curiosa che la civile indignazione dell’intero consesso planetario risulti da mistificazioni della realtà organizzate ai danni di quella “persona equilibrata” che risponde al nome di Muhammar Gheddafi.
Ieri, nel consultare la sezione pugliese inserita nell’edizione giornaliera del quotidiano “Corriere del Mezzogiorno”, mi sono ritrovato perplesso (vorrei dire inorridito) a leggere da parte di un pubblico personaggio dichiarazioni del tutto sbalorditive, quanto mai opinabili perché bellamente ignare e pertanto trasgressive della concretezza elementare di realtà inconfutabili. Secondo un “illuminato” giudizio di Giuseppe Calabrese (era lui l’intervistato) l’inferno libico, la colossale sommossa popolare, le carneficine tuttora in atto con migliaia di morti sarebbero qualcosa di simile alla panzana, e quel suo personale “amicone”, ben lungi dall’essere un demone sarebbe da considerarsi, se non proprio un angelo, un politico serio e amato dal popolo: “è una persona equilibrata, non è un pazzo” ha specificato testualmente l’ineffabile sindaco tremitese.
Se ne poteva dedurre che, sempre secondo Giuseppe Calabrese, il padrone della Libia non sarebbe affatto quel personaggio inquietante che ormai da parecchi anni si è aggiudicato da parte di tutte le nazioni civili una trista reputazione di sanguinario dittatore, dispotico, arrogante, spietato. Su tutti gli indirizzi internet è ormai un continuo susseguirsi di notizie che illustrano il decorso del movimento rivoluzionario in costante avanzata. Ed è proprio nei confronti della comunicazione online che Gheddafi ha continuato a praticare una guardia inflessibile. Dimostrando attenzione particolarmente attiva, quella “persona equilibrata” ha intimato alla popolazione di desistere dall’accesso a Facebook, e alcuni attivisti che a dispetto della diffida hanno utilizzato il social network per trasmettere dettagli d’informazione sulle proteste hanno subito l’arresto. Eppure anche oggi le agenzie hanno proseguito a battere terrificanti resoconti di “violenza mostruosa” specificando come la rabbiosa repressione in corso, orribilmente contraria ai diritti umani, “viola le leggi internazionali”.
Ma è interessante osservare che l’attuale crisi del regime libico è scaturita proprio dalla disinvolta doppiezza con la quale il dittatore stesso pratica i consueti maneggi. Già intorno alla metà del corrente mese di febbraio i nostri servizi di controspionaggio in una circostanziata relazione avvertivano testualmente i responsabili governativi: “la Libia non rispetta i patti e così ha provocato la nuova crisi”. In pratica Tripoli avrebbe consentito a migliaia di clandestini l’attraversamento della frontiera con il chiaro intento di mettersi al riparo dal pericolo di una deriva del contagio partito dalle piazze del Cairo e da quella di Tunisi. In particolare, la sera dello scorso 14 febbraio, durante la riunione al Viminale del Comitato Nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, Giorgio Piccirillo, direttore dell’Aisi (per l’appunto il nostro controspionaggio) si è dimostrato chiaramente esplicito nell’illustrare come il movimento di immigrazione clandestina dalla Tunisia, inizialmente spontaneo e limitato nei numeri, si sia poi trasformato contestualmente al passaggio di gestione del “contrabbando di carne umana” nelle mani di trafficanti le cui organizzazioni risultano particolarmente competitive in quanto collegate a “filiere logistiche marocchine, nigeriane e libiche”. In tale scenario la “finestra tunisina” è apparsa “un’opportunità politica per il regime di Tripoli”, segnatamente in funzione di “regolatore sociale ad uso interno”. Stando ai rilievi dei nostri servizi di controspionaggio, si è visto attraversare il confine tra Libia e Tunisia da “flussi migratori provenienti dalla Libia, costituiti in parte da evasi dalle carceri locali”. Una circostanza “taciuta” a Roma. Possiamo dunque affermare con circostanziata certezza che il regime di Muhammar Gheddafi, a dispetto degli accordi profumatamente pagati, ha ingannato l’Italia nascondendo informazioni cruciali su flussi migratori diretti dal deserto libico verso il confine tunisino.
Ma questa volta, caro Signor Calabrese, il petardo è scoppiato in mano al probabile “terrorista”, come quelle bombe dirette nel 1986 al Faro di San Domino, che “ignoti” mandanti avevano consegnato a due mercenari non senza taroccarne ad arte il timer in modo tale da provocare un’esplosione anticipata che contestualmente alla distruzione del manufatto doveva uccidere i manovali dell’attentato, eliminando così testimoni scomodi. La fattispecie di quell’intrigo non è poi tanto misteriosa. Oggi purtroppo noi non possiamo accusare nessuno, anche se restiamo ben fermi assieme a tanti tremitesi nella nostra convinzione.
Il Comune Isole Tremiti ha omaggiato la Libia con la realizzazione di un bel mausoleo nel quale sono custoditi i resti di cittadini libici a suo tempo deceduti in loco. Pure il cimitero cristiano avrebbe necessità di lavori per l’opportuna manutenzione, ma d’altro canto i vivi presentano necessità molto più pressanti in funzione sociale, organizzativa e di conservazione dell’ambiente naturale.
Gheddafi da parte propria non ha mai ritenuto di offrire spontaneamente il capitale necessario per il ripristino del faro distrutto da “ignoti criminali”.
Appare di ora in ora sempre più probabile la caduta del dittatore, a dispetto dell’ottimistica previsione del sindaco. Rimane soltanto da augurarsi che il colonnello non abbia mai occasione di mettere piede sulle Tremiti, neppure in quell’eventuale esilio accennato dall’intervistatore con allusione forse scherzosa.
Ancora in tema di scherzi, visto il tempo di carnevale, mi si consenta di offrire a Pinuccio Calabrese quella vecchia canzone del 1947 il cui testo recitava: “Addio sogni di gloria, addio castelli in aria. Guardo con sordo rancore la mia scrivania…..”.
Potrà forse duettarne il canto a braccetto con l’amicone africano.