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Liberato Manzo
TERMOLI – Smontare pezzo per pezzo l’offensiva del fronte del sì, entrando nella materia viva della riforma costituzionale sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre (Deo gratias, finalmente) è una impresa ardua e tecnicamente complessa. In questo caso è consigliabile e ragionevole attenersi alle posizioni di eminenti studiosi della materia costituzionale. Ebbene che tutti i presidenti emeriti della Corte Costituzionale nonchè il presidente della Suprema Corte di Cassazione componenti del comitato per il NO (56 giuristi firmatari del documento) abbiano affermato che questa riforma fa parte di un piano eversivo ed è contra legem, vi pare poco? Vi pare una notiziuola da niente?

Entrando nel merito, la posizione predominante del fronte del Si è che al referendum si vota per abolire il Senato. Questa è una falsità bella e buona, perché il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio. Lo stesso Renzi ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori».

Un altro punto molto dibattuto è che con con la riforma si faranno le leggi più in fretta. Un’altra falsità: a parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria (“leggi bicamerali”), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di legge, quindi sul suo iter.

Un altro ragionamento sostenuto dal fronte del Si è che il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici. 
Falso, se combinato con l’Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l’assenza di un’altra Camera con funzioni legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un’espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell’elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c’è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente dalla maggioranza di governo.

Un altro argomento forte del fronte del si è che «con il nuovo Senato ci sarà più stabilità».
Potenzialmente falso. La maggiore stabilità c’è se al ballottaggio per la Camera vince lo stesso partito che ha già la maggioranza al Senato, il che non è scontato. Ad esempio, se nascesse domani, il Senato previsto dalla riforma Boschi sarebbe a grande maggioranza Pd (in quanto eletto dai consigli regionali quasi tutti Pd) ma se poi al ballottaggio per la Camera vincesse il Centrodestra o il M5S si creerebbe una conflittualità perenne tra Camera e Senato.
Per addolcire la pillola il fronte del si sostiene che “Il nuovo Senato ricalca il modello tedesco”. E’ completamente falso. In Germania i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di provenienza. In altre parole, devono votare come deciso dai loro Länder e così ne rispecchiano la volontà, ne sono espressione diretta: in modo da costituire un contrappeso federale e locale al potere centrale. Secondo la riforma Boschi, invece, i senatori non hanno alcun vincolo di mandato rispetto alla regione di provenienza, quindi non ne esprimono le volontà: sono solo espressioni dello loro appartenenze politico-partitiche.
Un altro concetto sostenuto dal fronte del si è che «Il nuovo Senato aumenta la rappresentanza locale quindi il federalismo»
Ma non è vero, perchè al contrario, la riforma Boschi toglie alle regioni la podestà della legislazione concorrente e ne riduce l’autonomia a pochissime materie (salvo le Regioni a Statuto speciale).

Per chiudere bisogna ripetere l’ovvio fino allo sfinimento: questo Parlamento non è legittimato a riformare la Costituzione essendo stato eletto in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale (sentenza n.1/ 2014 della Corte costituzionale). Detta sentenza afferma che in forza del principio di continuità dello stato il Parlamento può legiferare e compiere atti necessitati ed urgenti. Non riforme costituzionali. Una riforma costituzionale non è un atto necessitato ed urgente di ordinaria amministrazione. Per riformare una Costituzione ci vuole un Parlamento eletto con una legge elettorale che non sia incostituzionale; qui non si tratta di ragionamenti con valenza politica, si tratta di una questione di logica giuridica (vd. concetto di legittimazione).« »

Se poi si vuol violentare la logica e il diritto per giustificare con sofismi artefatti questa riforma…. ben venga. In un paese serio e civile questo non potrebbe accadere.

Liberato Manzo
per il Comitato del NO al Referendum Costituzionale