Tornata in città racconta la sua tormentata esperienza e dice: “non lasciate soli quei bimbi”.

MadagascarTERMOLI _ Parte per il Madagascar con la forte motivazione di dare un aiuto concreto ai bambini delle zone interne dell’isola africana ma al suo arrivo si trova davanti ad uno scenario di morte, di assoluto degrado sociale fatto di bimbi abbandonati per strada in preda alla più completa malnutrizione, di anziani soli che muoiono sulla nuda terra nell’indifferenza più assoluta, di assenza di valori, di povertà e ignoranza assoluta. Un vero e proprio shoc per la trentenne termolese, Eufrasia Anna Fonzo partita con una missione romana alla volta dell’isola africana ed una volta giunta ha dovuto fare i “conti” con una realtà incredibile ed inaspettata nel piccolo paese dove ha vissuto per circa due mesi con un sacco a pelo come letto ed il fuoco di un bivacco per cucinare.

Come è stato l’arrivo in questo piccolo centro del Madagascar ed il primo impatto con la popolazione locale?
Al mio arrivo l’impatto è stato doppio. Siamo arrivati ad Antanarivo che è la capitale e lì c’è una povertà estrema però la capitale ha anche dei lati occidentali. Ci sono dei quartieri estremamente moderni ed al mio arrivo non avevo capito bene la situazione, ci sembrava quasi una capitale del sudamerica dove c

Un’esperienza forte ma nel contempo anche profonda quella vissuta dalla termolese tornata in città traumatizzata dalla realtà malgascia ma con i bimbi del Madagascar nel cuore a cui ha insegnato a capire cos’è il mare, ha cercato di infondergli i valori della famiglia, ha curato i loro occhi malati ed alleviato le ferite, profondissime, dell’animo lacerato dagli abbandoni subìti sin dai primi anni di vita.

’erano ricchi e moderni e dei quartieri di disperati. L’impatto vero con la realtà del Madagascar è avvenuto durante il viaggio verso Fianaransoa che sono circa 100 chilometri da Antanarivo. Abbiamo impiegato circa 10 ore per percorrere quei chilometri. Lì non ci sono strade, solo terra battuta.
E lì devo dire che la sensazione all’arrivo è stata di scoraggiamento perché oltre ai primi disagi che abbiamo iniziato a provare noi, abbiamo compreso la reale povertà del territorio. Ci siamo sentiti male fisicamente e psichicologicamente subito dopo. Il viaggio è stato pesante, arrivare lì e non trovare niente, anzi trovare tanta povertà e disperazione di cui non ci saremmo mai immaginati ci ha quasi spaventato.

Cosa avete trovato nella missione di salesiani che vi ha ospitato e come sono trascorsi i primi giorni?
Il primo pensiero è stato quasi il voler fuggire da quella realtà così cruda, inaspettata. Siamo arrivati alla missione e devo dire che i nostri alloggi erano semplici ma puliti, ordinati. Tuttosommato vivibili. Sembrava una casa normale ma poi ci siamo resi conto che la fogna era improvvisata, l’acqua non c’era, la discarica dell’immondizia a pochi passi, con tutte le conseguenze. 
A parte la struttura muraria dei missionari, per il resto non c’era nulla. L’impatto con il vilaggio, le persone è stato anche in questo caso duplice. Da un lato una tenerezza forte verso le donne, i bambini che ti guardano quasi ad implorarti mentre dall’altra il senso di impotenza che assale davanti a quello scenario di dolore estremo, perché per quanto si voglia fare tutto, cercare di dare il massimo, di fare qualcosa di concreto e tangibile, si può fare ben poco. Eufrasia (la sec. da destra) con gli amici della Missione
Per questo motivo la condizione psicologica iniziale è stata di scoraggiamento nel momento di confronto con una realtà difficile con la consapevolezza che non puoi cambiare le cose, non puoi fare quasi nulla. Siamo andati con fondi limitati, l’associazione dei salesiani si autofinanzia vendendo i prodotti realizzati dai malgasci, tutti prodotti artigianali che vengono comprati da loro in loco e rivenduti in Italia.
La voglia di fare è tanta ma a parte ristrutturare le poche abitazioni che ci sono, insegnare ai bambini, coltivare la terra il resto con i pochi mezzi che ci sono, il resto è impossibile. Quello che noi abbiamo potuto portare è stata soprattutto la conoscenza: il diritto all’infanza che lì non esiste, non esiste il diritto al gioco dei bimbi. E spiegare alla popolazione locale il meccanismo perverso dell’economia delle multinazionali.

La popolazione è povera e non può sfruttare le risorse locali per migliorare la loro condizione? 

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Si, infatti. Ci sono immense estensioni di terreni fiorenti, le migliori distese di the, di spezie, di cannella eppure la popolazione è talmente povera che muore di fame per la strada. A loro, abbiamo scoperto, non è nemmeno permesso avvicinarsi a questi terreni coltivati. Loro non possono usufruire delle ricchezze naturale del territorio dove vivono. E’ inaudito tutto ciò, eppure è così.
Le terre sono cedute a società straniere in cambio di soldi, armi e tecnologie il cui valore non arriva nemmeno ad 1 decimo di quello che viene ceduto attraverso lo sfruttamento di sconfinate piantagioni di thè, vaniglia, caffè, cioccolata, cotone, banane e molta altra frutta tropicale. Sono molti i cinesi che hanno fatto fortuna con le piantagioni in Madascar e sono anche i più spietati.  Quì si trovano le pietre preziose, in particolare lo zaffiro ma ai malgasci è proibito avvicinarsi sia alle piantagioni che ai fiumi dati in concessione.
La maggior parte del territorio sfruttabile appartiere a multinazionali mentre la restante parte, piccole striscioline di terra coltivate a risaie è affidata alla popolazione. Queste zone permettono di mangiare un pugno di riso al giorno ai locali.

Parliamo di un altro lato della società malgasca: l’assenza della famiglia
In Madagascar non esiste la famiglia, l’uomo, inoltre, è deresponsabilizzato. I bambini vengono cresciuti dalla madre solo se accettati dal compagno altrimenti vengono abbandonati per strada come dei fardelli di cui disfarsi il prima possibile. E’ terribile tutto questo. Gli anziani, a loro volta, non hanno alcuna tutela. Vivono per strada, abbandonati a se stessi dove spesso si incontrano i loro cadaveri. La maggior parte del lavoro dei missionari è insegnare il valore della famiglia e soprattutto far comprendere cos’è una famiglia ed il legame esistente tra loro che loro non capivano assolutamente e solo ora, dopo anni di attività missionaria, stanno iniziando a comprendere.

Per quanto concerne l’assistenza sanitaria? Esiste?
Non esiste nessuna assistenza sanitaria ed igienica. Le uniche due città in cui esiste una sorta di acquedotto primitivo è la capitale ed a Fianaransoa come la luce elettrica mentre gli altri paesi sono allo stato primitivo. Durante l’insegnamento ci siamo resi conto che i bambini del Madagascar, pur vivendo ad un’ora dal mare, non l’hanno mai visto nella loro vita. Passano la loro giornata accanto alle piccole risaie e sono per la maggior parte malati e denutriti.
Mangiano il riso della risaia e poi nella stessa acqua della stessa risaia fanno tutto, si lavano il viso, i vestiti e puliscono persino gli animali. Hanno pochissima acqua pura ed utilizzano l’acqua della risaia che è impura e fangosa e di conseguenza sono malati.
Quando sono arrivata hai notati i loro occhi malati ed ho insegnato loro a prendere acqua pulita per lavarsi il viso. Ora sono tornata e voglio dire a tutti di non dimenticarli. La popolazione locale subisce questo sistema perverso che non permette loro di crescere e prosperare sulla terra dove sono nati e visono. Gli africani benestanti sono pochissimi e l’occidente deve sapere di queste realtà.

Qual’è il tuo appello?
I missionari hanno bisogno di tutto. Loro fanno voto di non tornare mai più in Italia per aiutare le popolazioni più povere. Bisogna far capire che si può fare tanto ma non solo attraverso la beneficienza che è importante ma è necessario portare la conoscenza. Dare loro uno strumento importante: quello di capire cosa accade e di reagire in maniera civile cosa che non è ancora una realtà. I salesiani danno l’anima per queste popolazioni con i pochi fondi che loro hanno a disposizione. Quando si aiutano queste associazioni, i fondi arrivano e soprattutto vengono utilizzati per fare il necessario.

2 Commenti

  1. MADAGASCAR REALE
    MI PIACEREBBE PARLARE CON LA SIGNORA CHE HA SCRITTO L’ARTICOLO PER CONFRONTARCI SULLA REALTA’ DEL MADAGASCAR,CONOSCERE IL NOME DEL VILLAGGIO DA LEI DESCRITTO E ALTRO ANCORA…SONO PRESIDENTE DI UNA ONLUS CHE OPERA IN MADAGASCAR DA 20 E PERSONALMENTE CI SONO STATA 97 VOLTE. GRAZIE